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Prima che s’orbi l’occhio della mente (descrivo il mio giardino)

By Poesia No Comments

Furono anni d’estrema pulcritudine

sì che io li ritenga generanti

piccoli tumori di rimpianti.

E c’era il glicine violetto

dalla globosa chioma ricadente

a celare il casto parto

di una vergine buddista

itinerante. E c’era il lago

riempito dal sudore della fronte

e l’umido baluginare in rosso ed oro

di squamose Valchirie wagneriane

in silenzio sonoro galoppanti.

E c’erano puntuti scogli

di una rotta schiena gemitanti

il perpetuo dolor che ancor non scema.

E c’era, in fondo, addosso al muro,

un vecchio fico, che della sua sterilità

pareva fiero e pronto in sfida a un cristo

che passasse a maledirlo,

generante, malgrado sé, figli bonsai

da cruente di lattice agamiche talee.

E sotto c’era un monaco di mare,

un umano, non un vegetale,

che di graffir ghiaino col rastrello

pareva pago in rotazione

di sapiente ed antico movimento.

E c’era l’odiato gelsomino,

che, rampando in bianco afrore,

in tosse si rubava il mio respiro

e una tortorella aveva ucciso

e i silenziosi gusci del suo nido,

generando in gloria tuttavia

ed in extremis, a redenzione sua,

implumi, quasi suicidi al primo volo,

razzolanti goffamente,

figli di merli neri.

E ci fu un giorno in cielo

una lotta sconvolgente,

che empiva l’aria d’alte grida,

di gabbiani ed aironi, lanciati contro il sole

a formare uno stemma di insensate piume

in una vastità d’azzurro

che avresti detto immenso,

ma troppo piccolo per loro.

E c’era l’aspidistra debordante

nel fiorire nascosto ed insipiente,

insolente di verde e resiliente,

mentre il prugno troppo anziano

gocciava in agonia di resina morente,

pur partorendo dai fornici tarlati

le sue rotonde prugne di giulebbe ed oro fino,

fino all’anno dell’addio straziante,

con un funerale di gazze in bianco e nero

e danze in tondo ed il corale canto

ed il beccare a lutto banchettando

con gli immaturi frutti del reciso tronco,

peso esiziale di un imminente parto.

Poi morì il cereus senza una ragione,

come un gigante marfaniano,

sposo, in estate, della bianca luna,

cui, non veduto, offriva i brevi fiori

già moribondi sul far della mattina

e poi morì il limone in vaso

e noi migrammo, appesantiti

dalle fatiche di siepi tagliate a mano

e da anni di ostinazione

per aver piantato assurde rose

a sfidare il mare e il suo respiro

e ciclamini montani e diantus

e begonie e ortensie e tulipani,

assurdamente,

per far verdeggiare l’unico paese

che portavo io nel cuore

per sempre, pur restando.

Noi migrammo, dicevo, più lontano…

 

Baia Sardinia

By Poesia No Comments

Non tutti i ricordi

sono a colori.

Io mi domando perché

quella spiaggia di sole

nella mia mente sia grigia.

Forse perché era settembre,

faceva troppo freddo

per essere, noi due,

in Sardegna.

Avevo su il bikini ridotto

giallo a pallini blu

piuttosto grandi

ed un maglione color crema

norvegese molto spesso.

Anche la sabbia lo era.

Fredda. Non grigia, quasi nera,

come mi può apparire adesso.

Ma d’oro e io non la vedevo.

Avevo i piedi nudi e freddi.

E sorridevo. A te? Perché?

Per ingannarti e fingere

di essere felice?

E invece mi montava la paura.

Che il grigio ci invadesse,

addio begli anni sciocchi!

Così -fu la mia unica volta-

mi sbronzai di mattina

con un secchissimo Martini,

digiuna. E l’olivina.

Dopo, fu tutto uno zigzagare

affondando nel litorale.

E giunse l’ora amara di partire.

 

Cieli a dicembre

By Poesia No Comments

Come sono tristi

le lune di dicembre,

con le maree

gelate dentro il mare

e tu che non ricordi

quando l’estate scorsa,

or fa trecento anni,

già mi chiamavi amore!

Quando la spiaggia accolse

la frenesia dei corpi

nel dirsi tutto quello

che non fu detto mai

e ora il letto è sfatto

e tu che non ritorni,

le corna di Selene

che piangono per noi

e tutti gli astri intorno

in brividi di ghiaccio

e il canto delle stelle,

da gole di glasspiel,

che sparge suoni d’oro,

ma freddi come lame

di spade dentro il cuore…

 

 

 

La bellezza del cielo

By Poesia No Comments

Quando straparlavo

della bellezza del cielo

e sempre immaginavo

baie d’oro e lidi rosa

e bagni dell’aurora

in quell’etereo mare

che il regno degli dei

cinge e lambisce,

io ancora speravo.

La morte assai lontana,

allora, e grande l’illusione

che la bellezza riscattasse

la caducità dell’uomo.

Ora che ho più paura

venderei i miei albori

per un anno di vita solo.

 

L’alba nel vicolo

By Poesia No Comments

Finalmente hanno spento

il lampione. inesorabile occhio

insonne della notte.

Così io potrò vedere

l’alba, timida di intenso

pallore, ancor bambina,

non come l’aurora,

che tra poco si mostra,

così priva d pudore,

oro, porpora e viola.

E scoprire un dipanarsi

d’azzurro sui muri delle case,

spiando dalle saracinesche

semichiuse per non svegliare

quel che dei sogni rimane

fra le ciglia tue deluse.

E vorrei correre alla torre

in ebbrezza di avventura

e urlare, urlare al mare…

 

 

Lockdown – Maggio in terrazza

By Poesia 3 Comments

Tra poco imbiondirà Maggio

sulle colline di Siena.

Andavo sempre a vederlo

e adesso son qui che ci penso.

Se chiudo gli occhi lo sogno,

coperto dal morbido manto,

splendente di oro e di rosso,

di sole, papaveri e grano.

 

Lockdown – Tramonto a Livorno

By Poesia No Comments

Continuerà il sole il suo lento cammino

inesorabilmente verso l’ occaso

dietro la piazza, prendendo, non visto,

la strada del mare. Io lo so bene,

però non lo scorgo dalla terrazza

all’ultimo piano di questo quartiere.

Vicino al cantiere, all’inizio del viale,

c’è un piccolo approdo di scogli e di rena.

Prenderà la sua barca, nascosta a ridosso

di tamerici e palme straniere.

Remando, remando, tingerà l’acqua

del mistico oro delle sue braccia.

A mille remate dalla Bellana,

si tufferà svelto, levandosi il manto

di porpora fine, gettando uno sguardo,

velato di verde, al mondo serale.

E, inabissato in un luogo profondo,

sprofonderà nel suo sonno regale.

 

Il mare come stasera

By Poesia 6 Comments

vinoso mare

Mare vinoso mare,

diceva bene Omero,

quel vino spesso e brusco

che poi non vedi il fondo

e affoghi nel bicchiere.

Bere vorrei il colore,

quando io penso al blu

e invece è quasi nero

col porpora e coll’oro.

Chissà com’è il sapore…

Di sangue, vita e amore

e questa ostinazione

del nascere e morire

…Intanto si fa sera.

Acqua alta (descrizione di un sogno)

By Poesia 8 Comments

Acqua alta

E poi quella strada strana

tutta coperta d’acqua…

Ho le gambe sommerse

il terrore di cadere

e la pace nel cuore.

Benché aneli la meta

e forse sia attesa

su una soglia di casa

e guidata per strada

dai passi di un uomo

che cammina più avanti

assieme a un bambino,

decido di tornare.

Manca poco al tramonto

e lo splendido cielo

invade i canali colando

il suo oro, il suo rosso

e il sogno d’immenso.

Ritrovare la strada

ora  è l’unico scopo.

Alzo gli occhi al cielo,

sola, vedo l’ultimo sole

e ancora una volta io spero.

A tutti i miei lettori auguro un buon solstizio d’inverno, una serena notte , per quanto lunga sia, e un ottimo inverno! Se vi va di leggere tre righe in proposito, cliccate qui