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La qualità dell’aria

By Poesia One Comment

Non comprare al mio paese

una casa per investire quattrini.

Sei e sarai un profanatore d’aria,

solo noi possediamo i nostri respiri

e l’aria ce li conserva. Lei ci aspetta,

dal fondovalle, alle cime, al cimitero

e quando torniamo ce li rende in dono.

Tu moriresti asfissiato. Io l’annuso in sogno.

C’è l’aria di fricc e di tomino fresca,

l’aria di latte appena munto che scende

in un gorgo bianco azzurro dal bidone

al catino in latteria e poi, sul cuore,

il sorso mio di crema, dosatore e pentolino,

tramontando il sole sull’odore di stalla

di un bambino, che tornerà in cascina

con i soldini in tasca, le gambe in corsa

e sui capelli qualche vecchio bacio

della mamma, che si sente ancora.

Dio, come vorrei quel sole basso della piazza

e dire: “Ancora, ancora, ancora!”

Sarà veleno per te il fieno delle corse

dietro ai declivi delle vecchie scuole,

smorzando degli zoccoli il rumore

di una pazza metamorfosi d’equino

e genziane e ranuncoli a seccare,

gocciolando la fontana bruna

un mormorio muschioso per educazione,

perché la troppa gioia fa rumore.

Ma non ti accoglierà, quell’aria lì,

non ti appartiene, non puoi farci niente,

perché non è gratis e non si può comprare.

 

Dopo San Valentino

By Poesia 2 Comments

Mi chiedono ancora

di scrivere d’amore…

Io mi guardo le mani,

così macchiate dell’inchiostro

della condivisione, che paiono sporche

e rattrappite se ne stanno,

senza più donare.

E poi c’è questa polvere di mummia,

che mi affanna il morto cuore.

Se lo scuoto, il cuore, fa un bel suono,

come di pioggia, come uno scroscio.

Ma il sangue vi scorre silenzioso,

non partecipando, ahimè,

dell’umore caldo di altro cuore.

Accarezzo distratta i tuoi casti capelli

di bambola vecchia, che so bianchi,

ti massaggio i palindromi dolori,

che rincorro con le mani

e ti addormento e tu rimani…

 

Martedì Grasso

By Poesia No Comments

È poco che è finito l’anno,

fugge febbraio,

finisce il Carnevale.

Che ridere mi fa

che dentro il mio cuore

(per farne che?)

vorrei che durasse

fino a fine mese.

Mi vorrei divertire,

riscattare i miei anni,

riscattare me stessa,

il mio essere buona,

come quando, bambina,

mi pentivo, anche tanto,

dei peccati non fatti

e prendevo le ceneri,

rassegnata al mio ruolo.

Una vita non vita

oramai mi incatena.

Benché io mi senta

sia viva, sia donna,

mostro il volto depresso

di un’immagine sacra,

con il cuore trafitto

da mille dolori

ed il noli me tangere

scritto in mezzo alla fronte.

Sì, mi vesto in gran fretta

da damina o da fata

e, ascoltando musica antica,

(soprattutto i Pink Floyd,)

io mi ballo sul cuore

e rivedo voi tutti,

miei amanti mancati

e ci sei anche tu,

caro il mio professore!

 

La cucina di zia Paolina

By Poesia No Comments

Ardeva calmo il fuoco nel camino,

nemmeno un alito di vento

a contrastarne l’ascensione

nell’ovatta azzurrata della sera.

La campana rintoccava

per spezzarmi il cuore,

perduta com’ero nel pensiero

di tutti quei giorni divorati

dal passare del tempo,

quando, in quella cucina,

lavavo il mio bambino

e quando, ancora prima,

nella stanza con la porta scura

ed il suo legno occhiuto

che chissà cosa vedeva,

mi confondevo con l’uomo mio

nei fioriti prati dell’amore

e tutto, intorno, spariva

e quando, prima ancora,

piccola bambina,

parlavo con chi il mio cuore

cerca ancora

e par non rassegnarsi

al cimitero. L’unico luogo dove

la troverei ancora.

 

Prima che s’orbi l’occhio della mente (descrivo il mio giardino)

By Poesia No Comments

Furono anni d’estrema pulcritudine

sì che io li ritenga generanti

piccoli tumori di rimpianti.

E c’era il glicine violetto

dalla globosa chioma ricadente

a celare il casto parto

di una vergine buddista

itinerante. E c’era il lago

riempito dal sudore della fronte

e l’umido baluginare in rosso ed oro

di squamose Valchirie wagneriane

in silenzio sonoro galoppanti.

E c’erano puntuti scogli

di una rotta schiena gemitanti

il perpetuo dolor che ancor non scema.

E c’era, in fondo, addosso al muro,

un vecchio fico, che della sua sterilità

pareva fiero e pronto in sfida a un cristo

che passasse a maledirlo,

generante, malgrado sé, figli bonsai

da cruente di lattice agamiche talee.

E sotto c’era un monaco di mare,

un umano, non un vegetale,

che di graffir ghiaino col rastrello

pareva pago in rotazione

di sapiente ed antico movimento.

E c’era l’odiato gelsomino,

che, rampando in bianco afrore,

in tosse si rubava il mio respiro

e una tortorella aveva ucciso

e i silenziosi gusci del suo nido,

generando in gloria tuttavia

ed in extremis, a redenzione sua,

implumi, quasi suicidi al primo volo,

razzolanti goffamente,

figli di merli neri.

E ci fu un giorno in cielo

una lotta sconvolgente,

che empiva l’aria d’alte grida,

di gabbiani ed aironi, lanciati contro il sole

a formare uno stemma di insensate piume

in una vastità d’azzurro

che avresti detto immenso,

ma troppo piccolo per loro.

E c’era l’aspidistra debordante

nel fiorire nascosto ed insipiente,

insolente di verde e resiliente,

mentre il prugno troppo anziano

gocciava in agonia di resina morente,

pur partorendo dai fornici tarlati

le sue rotonde prugne di giulebbe ed oro fino,

fino all’anno dell’addio straziante,

con un funerale di gazze in bianco e nero

e danze in tondo ed il corale canto

ed il beccare a lutto banchettando

con gli immaturi frutti del reciso tronco,

peso esiziale di un imminente parto.

Poi morì il cereus senza una ragione,

come un gigante marfaniano,

sposo, in estate, della bianca luna,

cui, non veduto, offriva i brevi fiori

già moribondi sul far della mattina

e poi morì il limone in vaso

e noi migrammo, appesantiti

dalle fatiche di siepi tagliate a mano

e da anni di ostinazione

per aver piantato assurde rose

a sfidare il mare e il suo respiro

e ciclamini montani e diantus

e begonie e ortensie e tulipani,

assurdamente,

per far verdeggiare l’unico paese

che portavo io nel cuore

per sempre, pur restando.

Noi migrammo, dicevo, più lontano…

 

Passeggiata solstiziale del 22 dicembre a mezzogiorno

By Poesia No Comments

La mia ombra è contenta,

nella sua oscurità si diletta…

Assai ansiosa di uscire,

come un cane mi tira,

me la immagino solo,

perché in casa sta nuda

e parlare, non parla.

Ce ne andremo sul mare,

le darò la sua gioia,

se la merita, in fondo,

lei che è sempre con me.

Aspetterò il mezzogiorno

quando il sole allo Zenit,

il magnifico astro,

in crescente tripudio,

la empirà di carezze

e traendola a sé,

come sposo impaziente,

svelerà nella gloria,

la sua cupa beltà.

E sarà sempre più lunga

di ogni altro suo istante

come mai prima è stata

tutto l’anno che fu.

Durerà molto poco,

una cosa fra noi,

struscerò forte i piedi,

è la nostra carezza…

E poi torneremo

col segreto nel cuore,

un rituale inventato,

ma importante per noi,

nel solstizio d’inverno,

il mio corpo sottile,

il mio corpo di carne,

e l’abbraccio di Ra.

 

 

La buona masca

By Poesia 12 Comments

 

Io sono buonissima,

non credo in niente

e in nessun potere

e, quando la sera

non ero sicura

che il caso soltanto

muovesse le sfere,

mi alleavo col bene.

Ma ora, miei cari,

vorrei essere masca

e avere il potere

di fare vedere

con lo specchio del vero

a chi fa del male

i vermi striscianti

dentro il suo cuore

e le immonde lordure

che gli insozzano l’anima

rendendola scura

e assai greve di odore

Vorrei che chinandosi,

lambito dal lago,

in cerca del fresco

ristoro e sollievo,

vedesse il suo volto

deforme e maligno

provando un orrore

così distruttivo

da farlo fuggire

in un luogo lontano

a mangiare radici,

remoto dal mondo,

evitato persino

dai branchi di lupi,

spargendo all’intorno

i brani di lebbra

che gli disfano il corpo,

pur sembrando ancor bello

ai molti suoi pari…

 

 

La tinca di notte in un reparto d’ospedale

By Poesia 2 Comments

Col mio occhio vigile e attento,

il mio occhio di pesce di lago,

io guardavo attorno e scrutavo.

Una prognosi inquietante mi pendeva addosso

da onorare presto, a meno di fortuna in eccesso.

Nessuno di notte, vicino al mio al mio letto.

Stavo molto attenta alla secca,

c’era troppa luce gialla, veniva dalla finestra

e un albero nero mi balzava sul petto.

Spirali di respiro mi aiutavano

da una presa sul muro e un piccolo tubo.

Parlava tanto il rilevatore del cuore

della vicinai sordomuta addormentata,

diceva troppe cose e mi confondeva,

certe volte cantava e poi rideva.

Così mi son distratta ed è successo:

La vera me è arrivata al decesso

e il mio zombie invidioso, che sono io che scrivo,

è rimasto semivivo ed è stato dimesso.

Tutti contenti, meno questo simulacro denso,

debole, spesso angustiato dal cibo

e, senza concentratore, quasi privo di respiro.

con l’occhio di tinca giallo spalancato

su un guazzabuglio viscido di alghe di lago…

 

A settembre

By Poesia No Comments

Diciamo sempre:

“È già settembre!”

Perché il tempo ci sfugge,

specialmente l’estate,

col suo cuore rovente.

È quel mese, settembre,

dove affolli promesse,

caro amore, da sempre.

Proverbiale, oramai,

per le cose non fatte,

di settembre in settembre.

C’è però una promessa,

mantenuta e onorata,

che ci trova legati

da un diluvio di anni:

A settembre, amor mio,

noi ci siamo sposati!

 

26 agosto, all’alba

By Poesia No Comments

Piano l’alba declina

e lo stato del cuore

è di un gaudio infinito.

Sale agli occhi il colore,

nato adesso, bagnato,

gocciolante d’immenso

e si posa piovendo

sulle mura dei sensi

e là fuori sui muri,

sui camini, sui tetti,

sulla storia di noi,

sulle notti di tutti.