L’odore delle stagioni

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Già assaporo nell’aria

con il mio naso saccente

qualche sentore d’autunno

e poco capisco l’insistenza del tiglio,

la persistenza mentale dell’odore,

come se il mio cuore battesse

il tempo di giugno e il suo sole.

Lo chiamano rimpianto, ma io no,

quest’anno è stato tutto così uguale

e, per certi versi, brutale. Addio lembi

di estate sdraiata sul mare,

lacerata a sangue dalle unghie

di un vorace dolore, il boia

delle mie ore! Quindi anche l’onda,

col suo trasparente chiarore,

mi rimanda l’olfattiva memoria

algale del nascere e del partorire,

pur nell’ostinata asciuttura

di queste mie misere ore. E respiro,

avidamente respiro anche la neve,

dell’immortale ghiacciaio

che il vento iemale risveglia

in bianche fumate di gelo.

Bellissimo peraltro l’umidore,

senza quasi rumore né odore,

del prossimo inverno a venire.

 

Céladon

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Coronata da sè

di luce e bellezza

ecco incedere aurora

sui regali piedini,

così lieve nel passo

che diresti che vola.

Intossicata da polveri

di sogno, verde nel viso

come una porcellana

Céladon, io dalla finestra

avidamente la respiro

e ingoio il nuovo giorno.

 

 

 

 

La bellezza del cielo

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Quando straparlavo

della bellezza del cielo

e sempre immaginavo

baie d’oro e lidi rosa

e bagni dell’aurora

in quell’etereo mare

che il regno degli dei

cinge e lambisce,

io ancora speravo.

La morte assai lontana,

allora, e grande l’illusione

che la bellezza riscattasse

la caducità dell’uomo.

Ora che ho più paura

venderei i miei albori

per un anno di vita solo.

 

Amami forte

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Amami forte

come un uragano,

scuotimi tutta,

ch’io mi senta viva,

non lasciar scampo

alla mia fuga

e, quando suoneranno

cupe le campane,

sarà per la tua furia

che incresperà la terra

e la farà tremare verga

a verga e sarò infine tua

in quell’ora d’alleluja,

quando s’incendia il cielo,

si curva il prato al vento,

si inarca tutto il corpo

e poi pian piano muore

mentre si spegne il sole.

 

Protesi esterna

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Non asseconderò

il tuo asservimento alla morte.

Lo so che provi dolore,

che non  è colpa tua,

che la paura ti plagia

e di distrugge la gioia

nell’ infinita attesa

di una fine che non pare

così pronta ad arrivare.

Povero tesoro

che ti mesci il veleno

da solo! Ascolta:

Una volta conobbi

un bambino malato

d’autismo, con il braccio

che pareva uno straccio…

Volevo salutarlo,

stabilire un contatto…

Ecco, tu che ancora puoi,

afferrala, questa mia mano

che allora tesi invano!

 

Addio borgo

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Addio borgo

d’un’estate strana

strappata a un corpo

poco accomodante,

addio vacanza

delirante, addio scala

di una fatica esibita

alla curiosità impietosa

della gente, addio mare

che lavavi l’amaro

con il sale, addio sole,

addio cigolio tremolante

del sartiame del mio cuore

così felice, in fondo,

di salpare.

Nota:  Ho illustrato questa mia poesia con uno sketch di Riccardo Scarpellini