Piazza San Pietro e Paolo

palme

Ero così contenta…

E poi la vita cambia,

ma, prima che succeda,

non hai nessun sospetto.

Cantavo per le Palme

ed ero in processione,

stringendo la tua mano,

a fare festa grande

insieme al Gran Reietto

che forse s’illudeva

di avere giorni d’oro

e onore e cavalcare

miglior cavalcatura

di un asinello bigio.

Passati lenti i giorni

della persecuzione

oggi mi rendo conto

che ho perso quasi tutto,

i giorni del mio regno

sono così lontani,

la fede e la speranza,

le palme del trionfo.

Resta la piazza vuota,

con gli echi del ricordo,

ma sono ancora qui

e tu sei al mio fianco

e in fondo al cuore sento

che un giorno torneremo.

Sette e mezzo

Il baro a sette e mezzo

Io mi gioco i giorni

e perdo, perdo sempre.

Non sono un bravo baro,

non c’è mano in cui finga,

però non mi diverto

e perdo, perdo, perdo.

Mi tradisce lo sguardo,

la noia che mi prende

e quella voglia matta

di gettare le carte,

scoprire gli intenti,

mandare all’aria tutto

e ridere degli altri,

frantumarne le facce,

le facce di marmo…

Trasloco

esco

Sapendo di andar via,

guardo le due stradelle

che mi erano prigione

e in fondo vedo il mare,

un carcere anche lui,

fatto per trattenere…

Cerco di immaginare,

mi sforzo di provare

l’amara nostalgia

che io dovrei provare.

Come per certi lutti,

adesso come adesso,

non me ne importa niente

di tutti questi giorni

che presto svaniranno,

del vento della sera,

così sapido e algale,

come di un moribondo

che un po’ mi ha fatto male.

Ma poi verrà redento

per esser trapassato

tutto questo mio tempo

che all’ultimo io ho odiato?

Lo so, da sotto il letto,

quell’ultimo mattino,

mi sbucherà un pensiero,

ancora un po’ bambino,

mi prenderà per mano

per farmi ricordare,

ecco, sarà il suo dono,

come quel cofanetto

che avevo in sgabuzzino

e piangerò per tutto

il bello assieme al brutto,

la neve e, sotto, il grano

e la preziosità vigliacca

di ciò che, bene o male,

mai più potrà tornare.

Estate lenta

La donna uccello

Appena il 19 agosto,

ti rendi conto?

Appare chiara

la melensa melma

di una sciropposa scia

di giorni non migliori,

non peggiori,

ma di attesa.

Aumenta l’umidità,

peraltro prevista,

di una stagione

che nasce

come brezza

sul mare

e tramonta

appiccicosa.

Quando ti lavi

e tamponi la faccia,

l’asciugamano

sa di guazza

e la melassa

di una tua promessa

non mi disseta

né mi rilassa.

Nella mia gabbia

vorrei cinguettare

come ci si aspetta

da una pennuta

preda graziosa

e piena di colore

che ben sa cantare.

Ma no! Tanto vale,

spuntami l’ale,

se non posso volare!

Lo so. Son cattiva

e capricciosa,

non dipende da te

lo stagnazione del tempo

e la punizione

di un futuro incerto.

La vita col vischio

mi ha catturato

e ha accecato

quella parte di me

che fu profeta

o, più semplicemente,

seppe sperare.

 

Carta moschicida

Libellula incollata

Trentotto decibel

di confortevole noia

È una casa gradevole

e molto silenziosa,

la strada celata

dalla stolta magnolia

e la vita che arriva

tutta molto filtrata

dal passato al presente

nelle stanze dei giorni

e la carta moschicida

di un monotono tempo

spenzolata in penombra

a invischiare da sempre

le zampette dei sogni.