Preghiera del mattino

Eos del vaso

Alba, alba divina

che, quando è l’ora,

ti mostri più scura

della sera più nera,

poi, emorragicamente,

per un fendente di spada

inizi a sanguinare

da oriente

facendo sgorgare nel cielo

un fiume lattescente

e, anemicamente,

senza pudore

ti strusci alle case

fugando dai muri

del sonno il languore

mentre la notte muore

e la tua veste, perdendo

il candore verginale,

si inzuppa del sangue

nuziale, sposa del sole,

quando passi di qui,

ormai donna pietosa

del destino mortale,

dispensa l’amore

alla nuova dimora

e fuga per sempre,

stendendo la mano

dalle dita di rosa,

la rabbia, la lite,

l’odiosa discordia

e la vile paura…

Ascolta, o luminosa,

la mia pura preghiera!

 

Luci

il fiume di notte

Basta

pochissima luna

e le pietre del fiume

brillano al buio,

pallide stelle,

e, come in cielo,

per la carezza

dell’acqua,

tremano piano.

Così non fu per noi,

mio amore lontano,

non c’era

nel grembo nero

dell’ultima notte

nemmeno una luce

per farti tornare,

eppure rimasi,

rimasi per anni,

ferma col cuore

sull’inutile sponda

ad aspettare,

né fu lanterna

la speranza, né faro

il mio pensiero,

né la mia voce

lucciola estiva,

che continuava,

pulsando sul ritmo

del sangue agitato,

il tuo caro nome

a invocare.

E adesso musica!

Chiarine nel finale

A me la vita suona dentro,

a volte dissonante,

a volte piano, a volte lento,

a volte andante, a volte al ritmo

pazzo di una giga popolare.

Ed eccoli i miei sogni svergognati

che ballano sull’aia dell’amore

e tutti quegli scheletrì sbiancati

che si percuotono da soli

xilofoni di ossa sul torace

e cantan funebri  lamenti

in do diesis minore.

Mi godo le mie pioggie e i cluster

che corrono sui vetri dell’inverno

appena appena prima di gelare

e si flagella il theremin del vento.

I miei pensieri, credo, sono questo,

pentagrammati su ali di colore,

e tutte quelle trombe in fondo

che un giorno squilleranno

il mio improrogabile finale.

Lamentazione di un dio quadrupede infelice

centauro in lutto

Ah, questa eternità che non finisce

e i limiti dei mondo così angusti

per contenere tutto il mio dolore

e la mancata immunità

da questo grande amore

che mi ha spaccato dentro

come un misero animale,

quando tu, mia fragile mortale,

mi sei spirata fra le braccia

e hai spento il sole

ed ogni mia motivazione

a galoppare in lungo e in largo

ere e giorni, eventi e spazi

di questo inutile universo

che suona vuoto di ogni senso

e mi ritorce contro

la mia insensata smania di creare!