Haiku

nero di pioggia firmato

Gocce di pioggia

sopra il nero del cuore

fresche speranze

 

Poesia

Non troppa!

gocce di pioggia sul mio viso

Rotola rintocchi

la campana della chiesa

in anelli di foschia,

ristagni di speranza

in questo cielo nero,

sembra una sera d’inverno

ma è mattina.

Si coagula il respiro,

ed è preghiera:

Che cada la pioggia

a dissetar la vita mia,

amen amen e così sia!

Stagioni

Ibisco

Io dissi:

“Finalmente le rose!”

E fu primavera,

un sospiro di vento,

la pioggia più dolce,

e la speranza,

breve a fiorire,

petali sul cuore…

Poi dissi,

affacciata alla notte:

“Come è calda

la sera!”

Ed ecco l’estate

che brucia da sola,

per l’incapacità

di commozione,

e l’aridità del cielo.

Non piove,

riarso è il giardino,

le crepe sul cuore,

il viola dell’ibiscus,

fiore da funerale…

La mia camelia

la camelia e il susino effetto sera

Vedessi com’è bello

il giardino anche di sera

per l’esplosiva voglia di colore

che la camelia in rosa emana!

Ed il buio allontana dalle fronde

le sue ladresche fosche mani.

Sotto c’è la primula pratile

che canta in giallo rosso viola

con toni e semitoni da corale.

Ed il ramo del susino li sorvola

con l’ala nuziale dei suoi fiori.

Pare che piova il cielo, amore,

disciolto in un azzurro che scompare…

Giardino d’inverno

bosco-nudo

Anche oggi la solitudine

m’affama d’amore

e tanto più il silenzio

scava solchi nel mio cuore

quanto più il frigido inverno

tacita e spoglia le aiuole,

non più trilli né rose odorose,

ma caduta di foglie,

di speranze, di voglie,

così che il sogno di andare

diventa mendace chimera,

resterò qui, aspettando la sera…

(Non so mai se pregare

che non cambi più niente

o che qualcosa si muova.)

Picciolo di Nuphar (I tuoi occhi sono fari abbaglianti e ci sono davanti)*

Nuphar.jpg

Forse sarebbe l’ora

di scrivere per te.

Io non ho mai capito

i ritmi del destino

e apro sempre a caso

il libro dei ricordi.

Così, questa mattina,

mi sei tornato in mente,

ragazzo buono e bello,

cui non ho dato niente.

Stavamo sezionando

il Nuphar nel picciolo,

il neon che disegnava

un buio sofferente,

un gruppo di ragazzi

più o meno sui vent’anni

e tu che mi cantavi,

ma sempre sottovoce,

canzoni sui miei occhi

che io tenevo fissi

sul grumo cellulare,

così per non guardarti

e mi batteva il cuore .

Eri talmente giusto,

con il tuo sguardo chiaro,

la voce ormai da uomo,

il corpo di un efebo

ed il tuo ciuffo bruno,

l’accento genovese,

la voglia di studiare,

benché già lavorassi,

che mi ero messa in testa,

io, venere maldestra,

con gli occhi verde lago,

cieca per timidezza,

io, di non meritarti,

non essere all’altezza.

E venne quella sera,

la sera dei leoni

con i faccioni rossi

della contestazione,

che tu me lo chiedesti,

dopo l’osservazione

del fusto del Sambuco,

che dentro è tutto vuoto.

“Facciamo quattro passi?”

Guardavi con dolcezza

verso il carruggio nero,

svelando le intenzioni.

Non so cosa risposi,

ma certo non fui doce

e mai più mi cantasti,

ragazzo, la canzone.

*Verso tratto dalla canzone “Yeeeeeh” di Mal & The Primitives 

 

 

L’esito

cuore d'arancia.jpg

Spremuto il cuore

fino all’ultima goccia,

povero agrume rosso,

ridotto pelle e buccia,

-almeno è passato

il tempo dell’attesa-

svenato di speranza

or giace nella sera.

Si sdraia il deserto

di un opaco tramonto

spatolato dal vento

sul muro di casa

a inventare la mica

di pallide stelle

e il viscere esposto

della mia delusione

continua a pulsare,

ma sempre più piano.