Sabato sera con Tamara

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Aspettando

che squilli la vita,

forse una tua telefonata,

o forse le cugine,

me ne sto a spiare

il passeggio dalla finestra,

parcheggiata sul divano,

come l’auto nuova

nel garage lontano,

a preservare di me

quel poco che resta,

impolverata.

Zampettio di zampe

di gallina  sulla faccia,

fingo sia l’arguzia

a darmi l’espressione

interessante,

mentre il tempo passa,

dalla mattina alla sera,

con la gloria mesta

del tramonto e il canto

sciocco dei gabbiani

sopra la testa.

Metamorfosi liutaia

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Vorrei diventare

una viola da gamba

per raccontare

la vita com’è.

Quando era il tempo

dei giovani amori

tutti i miei strazi

affidai al violino.

Quanto stridenti

le grida e i lamenti!

Come lame di luna

fendevano il cuore.

Poi ci fu un giorno

in cui il violoncello

mi violentò il corpo

con passione carnale.

Tutto di me

fu fremito e gioia,

tutto di me

fu gemito e dono

sempre accordato

al pulsare del sangue

e del mio cuore

col cuore compagno.

Però, con il tempo,

la voce è mutata,

e tutto il mio essere

ha cavità fonde

dove rimbomba

scura e sicura,

querula a volte,

la voce di viola,

a ribadire

in canoni grandi

le prove e i dolori

e quanto  sia immensa

in ogni respiro

la voglia di vivere

e vivere ancora…

 

 

Non fermarti mai

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Questa è una vita sperimentale

sui pantaloni sputi di mare

io ti cammino un poco sul cuore

tu che dipingi un acquerello

tutto d’azzurro  in sfumature

un soffio di vento, lacrime amare…

Vita di macchia, sul litorale,

giallo ginestra,  chiazze di sole,

spazio infinito, la voglia di andare…

Parole d’oro oggi, farfalle domani

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Diremo insieme: Ci fu un maggio freddo

in quella primavera, rammenti che anno era?

Io, che non sono brava con le date,

sospirerò per dire: Tanto è già passata!

E mi ricorderò, rabbrividendo d’empatia,

quanto fu tosta, al tempo, la mia vita

e non da meno fu la tua. Ne parleremo

col sorrisetto  saggio e più leggero,

sorvolando le paludi del passato

come farfalle da poco sbozzolate

tu, con le tue ali grandi e colorate,

i tuoi arcobaleni di speranza e attesa,

io sarò un sfinge farinosa e scura,

ma miracolosamente trasformata

da commediante con il teschio in mano

in creatura alata con il teschio addosso,

sempre un po’ cupa, però rinata al  volo

e sempre pronta a divorare miele,

grazie a te, alle tue parole d’oro!

Pasquetta

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Si consuma della città

l’anima spenta.

In un calmo deserto

di scopi e d’intenzioni

rimangono i palazzi

con i visceri colmi

di fatica di ogni giorno

di rabbia, frustrazioni

e delusioni, il lavoro

dell’uomo, le sue grida.

Sono chiusi anche i bar,

così non berrai, oggi,

raro viandante,

né acqua, né caffè, né vino,

né l’aperitivo a pochi euro

che qui calma il dolore

l’appetito e la voglia

mondana di apparire.

Dove saranno, tutti?

Forse al mare, forse in gita,

a consumare in un giorno

le speranze. Per riprendere,

domani, ad appassire

trasfondendo la vita,

nelle vene sfiancate

di queste grigie strade.

Il mare come stasera

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vinoso mare

Mare vinoso mare,

diceva bene Omero,

quel vino spesso e brusco

che poi non vedi il fondo

e affoghi nel bicchiere.

Bere vorrei il colore,

quando io penso al blu

e invece è quasi nero

col porpora e coll’oro.

Chissà com’è il sapore…

Di sangue, vita e amore

e questa ostinazione

del nascere e morire

…Intanto si fa sera.

Gabbiani all’alba

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Gabbiani all'alba

Cielo scuro a oriente,

scuro malgrado noi…

Come gabbiani in volo

fendiamo questa vita

con lembi d’alba addosso

e battiti del cuore.

Dove vorresti andare

per perderti con me?

La casa non ci basta,

dolce confino ai sogni,

né il mare di città.

Non voglio più parlare

a gente senza nome

tanto per non morire

con le parole in gola

e quel tormento dolce

che aumenta con le ore,

quando la sera aspetto

perché finisca il giorno

e poi la maledico

perché mi accorcia ancora

il tempo che mi resta,

non voglio più provare.

Forse direbbe il saggio,

che ancora non conosco:

“E allora fai qualcosa!”

E tu che cosa pensi,

tu con gli occhietti scuri,

che mi saltelli attorno,

vorresti tu volare

lontano, ma lontano,

ai limiti del giorno,

vorresti tu trovare

quelle ore tinte in rosso

di cui hai pieno il cuore?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’orecchio destro, il profeta e il poeta

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Poeta in barchetta

Con l’orecchio destro sento

stridere le rondini in cielo

mentre il sinistro registra

correttamente il clangore

della caldaia condominiale.

Benvenuta sia la sordità

del mio muco influenzale!

Ho inventato un profeta

e l’ho messo per iscritto:

È un dismorfico diplope

cui l’occhio destro

ceruleo  ammicca e ride ,

mentre il sinistro piange

e a volte butta sangue.

Non gli somiglia forse

Il timido poeta

che se ne sta in disparte

e sempre si lamenta

d’amori e di tormenti

e intanto balla e canta

sull’onda dei suoi sogni

e dei più bei ricordi?

Governa la barchetta

di carta pieghettata,

sul fiume chiaro e scuro

che noi chiamiamo vita

va verso la cascata.

Il tilacino

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tilacino estinto

Oggi è una giornata difficile,

mi mangia via il cuore.

Come un tilacino estinto

erro le praterie del dolore,

foglia su foglia

l’amaro eucalipto

celando il mio andare.

Quella che fui non sono,

orme di me spariscono,

non mi cercate, è vano…

Nemmeno mi conosco,

né so s’io voglio ancora

nutrire le mie spoglie,

che ancora mi resistono,

di pianto e di rimpianto.

Io fui, non vita è questa,

non genero, non amo…