Il tramonto di Pasqua

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Restano così alla deriva

piccoli ricordi della festa

e una stanchezza un po’ lasciva

a mezza strada fra lussuria

e mal di testa.

C’è un mezzo uovo

con il ventre devastato

e la sorpresa che è un non senso

che non avresti mai comprato,

c’è una colomba che non vola più,

che non parla né di pace né Gesù

e c’è quest’ora incontinente della sera

che piange ubriachezza

e una tristezza vera.

 

Pulizie di primavera (Ancora spero)

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Di nuovo mi ha assalito

il tarlo del pulito.

Apro gli armadi

e getto via l’usato.

Abiti striminziti,

di molto inadatti

ai protesici andazzi.

Sono ricordi,

svolazzi carini,

ma piccolini.

E allora buttiamo,

anzi, se trovo il modo,

doniamo.

(Il Corona ha proibito

di spartire il vestito.)

E se guarissi?

Brinderemo

e nuovi stracci

compreremo!

 

A quest’ora i colori

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Giallo e beige,

verde e azzurro,

indistinguibili

a quest’ora.

Anche mia nonna

scambiava i fili

e di mattina

se ne accorgeva.

Che fiori strani

abbiamo creato

nei nostri ricami!

E quando col mio bimbo

giovavamo a Rami,

io perdevo,

tradita dal rosa

e lui se la rideva…

Semplici ricordi

e una strana voglia

di riassaporarli.

Incalzare del  tempo,

dolcezza di allora…

 

Il mio cuore solstiziale

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 Io, già sorpresa in agguato

dalla viltà del natale

che, dalla vanità della neve

dei suoi accampamenti invernali,

mi raggiunse a Livorno

colpendomi alle spalle

con una pugnalata

sottoscapolare,

pneumotorace esistenziale,

mi rifugiai al triage

di quel piccolo bar

di via Grande

per respirare.

La cameriera,

vestita normale,

mi domanda operosa

che cosa mi può portare

“Una cioccolata calda!”

singhiozzai moribonda.

(E chi se ne importa

se fa ancora caldo

sotto l’alito affranto

di un libeccio epocale?)

“Ma che sia dolce non troppo

e molto, molto amara

per buttar giù in pochi sorsi

i miei vecchi vecchi ricordi…”

…Io già sorpresa in agguato,

oramai quasi morta,

mi buttai ieri sera

dentro il letto a riposare.

Verso l’alba,

incalzando ancora

un gran vento e il tenebrore,

riprese a battere piano,

sotto il palmo

della mia stessa mano,

il mio cuore solstiziale.

Per ricominciare…

 

 

Tempesta (Adora girando)

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Dervisci rotanti

di nuvole e sole

danzano in cielo

al suono del vento.

Danzami, amore,

sul cuore in tempesta,

rotea più svelto

ché voli la gonna.

Mio sacerdote

di mistici incanti ,

che senti il respiro

dell’intero universo,

rapiscimi in alto

in un vortice caldo,

confondimi i sensi,

smembrami tutta,

così che io lasci

per sempre i ricordi

e il grigio livore

di questi miei giorni,

portami là,

oltre i ritmi del tempo,

portami là,

dove trema la foglia,

portami là

dove gira l’Eterno.

 

Manichini

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Tutte queste vetrine in frantumi,

ragnatele taglienti di sogni

infranti e il buco  del sasso

nel mezzo: Furto con scasso

d’identità  e di passato.

E noi manichini qua dentro,

col cuore di legno, smarriti

dietro agli occhi dipinti e truccati

e i genitali nemmeno accennati,

la bocca di lacca coi denti

da latte piccini, baci mai dati,

passioni annientate. In saldo

tutti i nostri ricordi. Non fuggiremo,

infilzati sul nostro trespolo

da streghe impalate, sanguinando

il nostro niente fra i crampi alle gambe

e crolleremo un giorno dissanguati,

fantasmi di colla tarli e cartapesta

dietro alle saracinesche sghembe

chiuse infine per sempre.

 

Intimità

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Forse un po’ scherzose

a volte frettolose

ancora ho su di me

le mani dell’amore

sul corpo del passato

che solo  vedi tu.

Immerso nei vapori

dalle paludi calde

del tempo dei ricordi

riporti a me il sorriso

che avevo in gioventù…

Piccolo Adamo mio,

così provato

dal peccato originale

da diventare vecchio,

come succede a me,

del resto,

grazie dalla tua Eva

che ti mordicchia il cuore,

per farti rimanere

e il caro corpo offerto

come fosse una mela,

grazie per il dolore

che aiuti a sopportare,

rendendolo leggero,

forse lo porti addosso,

condividendo il peso

con le mie ossa stanche,

grazie per farmi dire

“domani starò bene…”

L’orecchio destro, il profeta e il poeta

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Poeta in barchetta

Con l’orecchio destro sento

stridere le rondini in cielo

mentre il sinistro registra

correttamente il clangore

della caldaia condominiale.

Benvenuta sia la sordità

del mio muco influenzale!

Ho inventato un profeta

e l’ho messo per iscritto:

È un dismorfico diplope

cui l’occhio destro

ceruleo  ammicca e ride ,

mentre il sinistro piange

e a volte butta sangue.

Non gli somiglia forse

Il timido poeta

che se ne sta in disparte

e sempre si lamenta

d’amori e di tormenti

e intanto balla e canta

sull’onda dei suoi sogni

e dei più bei ricordi?

Governa la barchetta

di carta pieghettata,

sul fiume chiaro e scuro

che noi chiamiamo vita

va verso la cascata.

I molti letti

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la casa dei sogni

Recentemente ho capito

per illuminazione

perché certi sogni,

in apparenza banali,

fossero fonti

di grande paura,

da svegliarmi sudata,

con la gola essiccata…

Io sogno case buie

con lunghi  corridoi

e camere con molti letti

dove passare la notte

e ci sono i vivi come me,

perché ancora io lo sono,

e ci sono i miei morti

che stanno a riposare.

Facciamo tutti silenzio,

mi sdraio, spengo la luce

e mi desto prima di morire.

…Sono ricordi degli obitori

dove con grande dolore

ho visto per l’ultima volta

quelli che ho molto amato

e che non ho lasciato andare.

Specialmente mia madre,

quando sono scappata,

appena un attimo prima

che chiudessero la bara.