Dolcezza amara della sera

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Pozzanghera rosa

sulla strada verso casa,

un seno che raccoglie

le lacrime del mondo

tinte di speranze deluse.

Tu, che torni dal mare,

che ne è stato del sole?

Digli, ti prego, di tornare,

così che in sogni quieti

ci nasca all’alba in cuore

la voglia nuova di sperare…

 

L’illustrazione di questa mia poesia è una foto di Paolo Scarpellini, cui vanno i miei ringraziamenti.

Solstizio d’inverno 2020

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Quest’anno me l’ha detto un amico,

non mi ero accorta che fosse “quel” giorno,

troppo delusa dal giro dell’anno, per me, per il mondo,

per la voglia dannata che vedo qui intorno

di non risorgere affatto, anzi semmai di cadere

più in basso ed ancora più in basso,

con Caronte che gode a mandare i suoi remi

e Minosse giulivo che torce la coda verso gli imi gironi…

Tradimento, vendette, cupidigia di tutto,

persino la corsa per accaparrarsi il salmoni,

al supermercato gremito di insaziati procioni…

Non vedo, proprio non vedo resurrezione,

così io mi chiedo se abbia un senso sperare

che la gloria del sole già da oggi trionfi

rosicchiando alla notte solo pochi secondi.

 

 

Seren sarà

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Oggi è stato difficile

far tornare il sereno,

persino il sole

pareva sfinito,

lottando col vento

e una pioggia inclinata

che batteva sui vetri,

e poi scivolava.

Così come la vita,

tentativi ed errori,

alternanza ostinata

di speranze e dolori,

grandinate sul cuore,

ogni tanto l’amore.

 

Vicino a Cagliari, luglio 2020 (Pausa dal morbo)

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Ma i fenicotteri

erano già migrati via

dalla laguna,

come i miei dolci sogni

di bambina.

Fu un’estate febbrilmente

astrusa,

imbibita com’era di speranze

a sera,

niente più morbo e tramonti

rosa,

stemperati nel mare come fa

il pittore,

quando il colore muore

con il sole.

 

La cheffe

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Sto creando una mousse

vernale anticipata

primavera destrutturata

un po’ di sole e petali di rosa

odor di fieno e stalla afosa

connubi d’amore

e note del canto alto

di un asino pazzo al pozzo

che raglia alla luna rossa

e argento rotto di onde di mare,

tutto tritato da spalmare

sul pane di sorgo nero

di questo inverno spettrale.

 

I due vecchi

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Verità da camera da letto,

il monte ginocchio appeso

allo specchio,

il soffritto del pranzo che stagna

nel riflesso.

Un barbecue di illusioni rosolato

da un vecchio.

Un amore d’ottobre, pisolando

parecchio,

si scalda al meriggio di sole e solecchio.

Le mani ora solo intrecciate

in amplesso

di efelidi, artrosi. E il suono all’orecchio

di antiche promesse, mantenute

all’eccesso.

 

Mattutino

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Un mattutino

cantato dal vento

che porta da occaso

rotolii di campane

mentre io giaccio ancora

in difetto di sonno

con la testa percorsa

da un bel trillo di squilla,

il registro ad ancia

di un gran mal di capo,

solennità d’organo

del mio corpo sdraiato

e mi chiedo nel buio

come sia questo giorno,

se sia il sole a segnarlo,

di speranze tardive

infiorando le ore

di un ottobre piovoso,

o se invece la pioggia,

trattenuta nel grembo

ed alfin partorita,

darà vita ai miei mostri

e al veleno dei funghi

sotto i piedi sgualciti

dall’andare per boschi…

 

 

 

 

 

 

 

 

Discesa agli inferi

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L’alba tarda

in cucina

ogni giorno di più.

Mi fa male al cuore

aprire le tende

e non vederla più,

al suo posto la notte

è sdraiata sui tetti.

Fra sei minuti, lo so,

alle sette e zero sei,

ritornerebbe,

e il sole con lei,

se però non piovesse

nel grigio uniforme

di un cielo irreale.

Fra poche ore

sarà l’equinozio,

il tempo si adegua

e rotola il tuono,

come se fosse

campana del duomo.

Durerà il giorno

quel tanto che deve,

dodici ore o poco di più.

C’è un mesto colore,

il piombo d’autunno

e mesto è l’odore

di marcio del tiglio

e poi da domani

il giorno si scorcia,

Persefone sposa

va sempre più giù…

Auguro a tutti un felicissimo Autunno!

 

 

L’odore delle stagioni

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Già assaporo nell’aria

con il mio naso saccente

qualche sentore d’autunno

e poco capisco l’insistenza del tiglio,

la persistenza mentale dell’odore,

come se il mio cuore battesse

il tempo di giugno e il suo sole.

Lo chiamano rimpianto, ma io no,

quest’anno è stato tutto così uguale

e, per certi versi, brutale. Addio lembi

di estate sdraiata sul mare,

lacerata a sangue dalle unghie

di un vorace dolore, il boia

delle mie ore! Quindi anche l’onda,

col suo trasparente chiarore,

mi rimanda l’olfattiva memoria

algale del nascere e del partorire,

pur nell’ostinata asciuttura

di queste mie misere ore. E respiro,

avidamente respiro anche la neve,

dell’immortale ghiacciaio

che il vento iemale risveglia

in bianche fumate di gelo.

Bellissimo peraltro l’umidore,

senza quasi rumore né odore,

del prossimo inverno a venire.