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Viva la vecchia

By Poesia No Comments

Guarda che amarti così

non è per niente facile,

troppi capricci e troppi sogni

ad occhi aperti con la morte

in immanenza ossuta e claudicante.

Più io scappo verso il sole

a ricucire la mia lebbra cruda

scontata in estrema solitudine,

più tu frigni forte su isole infantili

a reclamare l’impossibile.

Io vendo membra con la ruggine,

chi si contenta gode e paga poco.

Accostati ragazzo alla mia incudine

e batti il ferro finché è caldo

al rosso inferno del mio fuoco!

 

La qualità dell’aria

By Poesia One Comment

Non comprare al mio paese

una casa per investire quattrini.

Sei e sarai un profanatore d’aria,

solo noi possediamo i nostri respiri

e l’aria ce li conserva. Lei ci aspetta,

dal fondovalle, alle cime, al cimitero

e quando torniamo ce li rende in dono.

Tu moriresti asfissiato. Io l’annuso in sogno.

C’è l’aria di fricc e di tomino fresca,

l’aria di latte appena munto che scende

in un gorgo bianco azzurro dal bidone

al catino in latteria e poi, sul cuore,

il sorso mio di crema, dosatore e pentolino,

tramontando il sole sull’odore di stalla

di un bambino, che tornerà in cascina

con i soldini in tasca, le gambe in corsa

e sui capelli qualche vecchio bacio

della mamma, che si sente ancora.

Dio, come vorrei quel sole basso della piazza

e dire: “Ancora, ancora, ancora!”

Sarà veleno per te il fieno delle corse

dietro ai declivi delle vecchie scuole,

smorzando degli zoccoli il rumore

di una pazza metamorfosi d’equino

e genziane e ranuncoli a seccare,

gocciolando la fontana bruna

un mormorio muschioso per educazione,

perché la troppa gioia fa rumore.

Ma non ti accoglierà, quell’aria lì,

non ti appartiene, non puoi farci niente,

perché non è gratis e non si può comprare.

 

Prima che s’orbi l’occhio della mente (descrivo il mio giardino)

By Poesia No Comments

Furono anni d’estrema pulcritudine

sì che io li ritenga generanti

piccoli tumori di rimpianti.

E c’era il glicine violetto

dalla globosa chioma ricadente

a celare il casto parto

di una vergine buddista

itinerante. E c’era il lago

riempito dal sudore della fronte

e l’umido baluginare in rosso ed oro

di squamose Valchirie wagneriane

in silenzio sonoro galoppanti.

E c’erano puntuti scogli

di una rotta schiena gemitanti

il perpetuo dolor che ancor non scema.

E c’era, in fondo, addosso al muro,

un vecchio fico, che della sua sterilità

pareva fiero e pronto in sfida a un cristo

che passasse a maledirlo,

generante, malgrado sé, figli bonsai

da cruente di lattice agamiche talee.

E sotto c’era un monaco di mare,

un umano, non un vegetale,

che di graffir ghiaino col rastrello

pareva pago in rotazione

di sapiente ed antico movimento.

E c’era l’odiato gelsomino,

che, rampando in bianco afrore,

in tosse si rubava il mio respiro

e una tortorella aveva ucciso

e i silenziosi gusci del suo nido,

generando in gloria tuttavia

ed in extremis, a redenzione sua,

implumi, quasi suicidi al primo volo,

razzolanti goffamente,

figli di merli neri.

E ci fu un giorno in cielo

una lotta sconvolgente,

che empiva l’aria d’alte grida,

di gabbiani ed aironi, lanciati contro il sole

a formare uno stemma di insensate piume

in una vastità d’azzurro

che avresti detto immenso,

ma troppo piccolo per loro.

E c’era l’aspidistra debordante

nel fiorire nascosto ed insipiente,

insolente di verde e resiliente,

mentre il prugno troppo anziano

gocciava in agonia di resina morente,

pur partorendo dai fornici tarlati

le sue rotonde prugne di giulebbe ed oro fino,

fino all’anno dell’addio straziante,

con un funerale di gazze in bianco e nero

e danze in tondo ed il corale canto

ed il beccare a lutto banchettando

con gli immaturi frutti del reciso tronco,

peso esiziale di un imminente parto.

Poi morì il cereus senza una ragione,

come un gigante marfaniano,

sposo, in estate, della bianca luna,

cui, non veduto, offriva i brevi fiori

già moribondi sul far della mattina

e poi morì il limone in vaso

e noi migrammo, appesantiti

dalle fatiche di siepi tagliate a mano

e da anni di ostinazione

per aver piantato assurde rose

a sfidare il mare e il suo respiro

e ciclamini montani e diantus

e begonie e ortensie e tulipani,

assurdamente,

per far verdeggiare l’unico paese

che portavo io nel cuore

per sempre, pur restando.

Noi migrammo, dicevo, più lontano…

 

Castità dell’alba

By Poesia 2 Comments

Come Susanna e i vecchioni,

vorrei dell’alba

spiare i rossori

che dietro una nuvola casta

le infiorano il seno

e il respiro.

Ma solo guardarla,

lo giuro!

Perché macchiare

il mio giorno

col sangue versato

del sole?

La vergine bella

sia eterna!

Così profumato l’inizio,

così putrescente il finire…

 

Passeggiata solstiziale del 22 dicembre a mezzogiorno

By Poesia No Comments

La mia ombra è contenta,

nella sua oscurità si diletta…

Assai ansiosa di uscire,

come un cane mi tira,

me la immagino solo,

perché in casa sta nuda

e parlare, non parla.

Ce ne andremo sul mare,

le darò la sua gioia,

se la merita, in fondo,

lei che è sempre con me.

Aspetterò il mezzogiorno

quando il sole allo Zenit,

il magnifico astro,

in crescente tripudio,

la empirà di carezze

e traendola a sé,

come sposo impaziente,

svelerà nella gloria,

la sua cupa beltà.

E sarà sempre più lunga

di ogni altro suo istante

come mai prima è stata

tutto l’anno che fu.

Durerà molto poco,

una cosa fra noi,

struscerò forte i piedi,

è la nostra carezza…

E poi torneremo

col segreto nel cuore,

un rituale inventato,

ma importante per noi,

nel solstizio d’inverno,

il mio corpo sottile,

il mio corpo di carne,

e l’abbraccio di Ra.

 

 

Frutta e sale

By Poesia No Comments

Far valere la vita

è spenderla tutta

investendo al meglio

ogni giorno

quel che per quel giorno

ci è dato.

È poco? Spendi poco,

spendilo bene

compra la frutta,

mangiala tutta,

lascia giù

quel che è marcio.

È tanto?

Spendilo tutto

con piacere, per te

e per quelli che ami.

Offri il sole, il sorriso,

anche il dolore.

Sempre respira.

Non gridare. Respira.

Non piangere da vivo.

Ridi piuttosto del destino.

Costruisci ricordi

da voler ricordare

per te e per chi resta.

E comincia a baciare,

impara a sperare,

La speranza non è

una merce proibita,

anzi è il sale della vita…

 

Ruzzolacampo (malinconia)

By Poesia One Comment

Mi si è arrotolata come una palla

di sterpi la malinconia.

Se ne sta in una sacca sotto lo sterno

vicina al cuore, con uno strano odore,

di sterco di cavallo e, visto l’amore

che nutro per questo animale,

non è poi così male. Parlo di aridità gialla,

in un pomeriggio senza sole.

Ogni speranza è perduta

nel brutto lago artificiale,

come un avannotto gettato lì,

per pescare. E poi andato a male.

Forse nella casa dall’aia deserta

mi aspetta qualcuno, chissà,

forse uno scheletro dimenticato

giace addormentato senza funerale

su quel brutto divano squarciato,

per esempio mio padre, il generale…

(Il berretto era sopra la bara

e vederlo faceva soffrire.)

E non importa se ascolto Sibelius

per scappare in Finlandia,

qualsiasi cosa io faccia,

non riesco a respirare,

come quella volta a Victorville:

Oggi c’è vento e sto male…

 

La gita

By Poesia 3 Comments

Trafigge il sole

l’immutata bellezza

del lago che tu sai.

Aghi di sole il giorno

e di notte la luna.

E polveri di stelle

cadranno sulle onde

a scalfire di noi

piccole memorie

dell’essere stati là.

 

Pomeriggio malato

By Poesia 3 Comments

Il sole sembrava una cisti

che ispessiva un cielo coperto.

Infatti, è esploso sul tardi,

debordando a causa del vento

e ha sporcato qua e là sopra i tetti

precedendo di poco il tramonto.

Ascoltavo la morte tossire,

incapace di dirmi fra quanto

e tornavo fra i miseri cenci

di una vita pezzente e paziente

a guardare dai vetri sporchetti

quella sfera armillare in gramaglie

dove ruota il dolore soltanto.

 

Cielo piatto

By Messaggio ai lettori, Poesia 8 Comments

Per una maligna ispirazione

è stato concepito

un cielo piatto

cui trovare nuovi ridicoli astri

che non hanno splendore.

Questo è dunque il mio sole?

Come funziona adesso il tempo?

Chi deciderà della mia vita?

Questo buio aeratore?

Dio come sempre?

Il medico di turno?

O la più algida infermiera?

Messaggio per i lettori Prima di tutto, bentrovati a tutti voi, quanti avete potuto continuare la vostra vita senza spiacevoli scossoni, ma anche a voi, che, seguendo il mio pessimo esempio, avete condotto scorci di esistenza disastrati e scoscesi quanto basta per farsi abbastanza male. In sintesi, sono tornata da un viaggio all’ospedale con soggiorno di 12 giorni, per nulla recuperata nella salute, per cui ho ricreato, mio malgrado, un noioso cordone ombelicale, non con la mia defunta madre, ma con la tettina d’acciaio della bombola dell’ossigeno. Eccomi quindi a celebrare con voi questo equinozio, che per me, strettamente confinata a letto, non conosce che un cielo e astri artificiali. Che dire ancora? Niente, se non aggiungere le mie scuse per le improvvise incolpevoli sparizioni, i miei auguri per il vero equinozio, il mio affettuoso abbraccio, sincero anelito di vita. Mandatemi un respiro…

Vostra Silvia