La terrazza a tasca

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nebbia

Graziosa foschia

di una terrazza a tasca

che cerca luce

fra le tegole smosse,

emblema di speranza,

il nord che non si arrende…

Amami adesso,

in quest’alba di gesso

che trattiene la notte

sull’ali cinerine,

amami, mio vecchio,

sul letto claustrale

che geme astinenza

dalle durissime molle,

rinnova le nozze

di Filemone e Bauci

nell’infausta pianura

dei giorni più freddi…

È un hotel di passaggio,

un’ incrocio di strade,

il tempo, l’amore,

la meta, l’andare…

Rosso, aranciato, giallo

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Pulcino spiaccicato

Inadeguato pulcino

di uno stormo che vola

cado giù, a conoscere il suolo,

sparpagliando le piume

sopra un pugno di fragili ossa

e la fossa sembra il male minore,

che mi accoglie e distoglie

dall’emorragia di dolore

e l’autunno così rosso di foglie

pare un cuore che accoglie,

così giallo e arancio di foglie

pare un letto caldo di sole.

Insonnia

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vetri e origami

Onirici tormenti

decorano la notte

di ali di farfalla

e vetro cattedrale

e trapani di pioggia

perforano  le orecchie

vibranti dei cristalli

di un brindisi fatale

sofficità del letto

silente mi divora

estrude la mia carne

in danze decomposte

e rivoli d’angoscia.

Come una sposa morta

io stringo nelle mani

un putrido origami

di fiori non fioriti,

lo stanco mio domani

che sboccerà ubbidiente

lungo le pieghe certe

segnate dal destino.

Il bar dell’angolo e il nottambulo innamorato

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Polena da bar

La notte già svuota

i suoi lunghi intestini,

budelli intricati

di strade, destini,

di cieche appendici,

di vite sfinite.

Spegne le insegne

anche l’ultimo bar,

quello più in fondo,

quello che giri l’angolo

e poi vedi il mare,

tu sai quale,

proteso sul buio

come la prua

di una nave

pronta a salpare,

con la polena dipinta,

che porta corona,

corona di luna.

E io non so dove andare.

Mi ha buttato fuori

quel ragazzo gentile,

ma alto due metri,

che non è il caso

di litigare.

Riapre alle sei

e prepara i panini

per la gente normale,

che smonta dai turni

o va a lavorare

e vuole mangiare.

A chi lo dico, io, adesso,

che odio il mio letto,

che sembra una bara,

un sepolcro di ghiaccio

da quando è finita

quell’unica cosa

che mi dava la vita,

a chi lo racconto

che non voglio dormire

perché se la sogno

io posso morire?

Neve a Livorno

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come nevica
La città alitava
fiati di neve,
la sentivamo fioca
da dentro la casa.
Già sapevamo,
ma volemmo, indiscreti,
vedere.
Con bocche di persiane
gustammo
il bianco spesso del cielo
e la notte, lì,
liquefatta, discinta,
le vesti slacciate,
sorprendemmo
con gli occhi gialli
dei lampioni
e le carezze arancioni
lascive del parcheggio
deserto (il bar era chiuso.)
Poi ritornammo a letto
contenti

Ecco perché di solito mi sveglio quando è ancora buio, ma oggi… (Paura del giorno)

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Stanza blu con alligatore

Dopo le otto di mattina

la forza della luce

vince le persiane

ed allaga la soglia

della portafinestra,

in diurna alluvione.

Ho fatto molto tardi,

ma non mi voglio alzare,

il letto è circondato

dalle Everglades

(la Florida che temo)

e se poserò un piede

sul nudo pavimento

tutta la mia speranza

che porto dentro il cuore

sarà mangiata a morsi

dal vecchio alligatore.

Analgesico

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coppia lacustre notturna.jpg

Voglio andare al lago,

ritrovare l’amore

che lasciammo in quel letto,

avevo un gran mal di testa

e tanta voglia di affetto…

Lo facemmo lo stesso

per trovarci sfiniti

ricoperti di eterno

e ci parve infinito

un momento perfetto.

Il lago dell’Aurora

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L'Aurora

Mi fa bene saperlo,

mentre mi giro

insonne nel letto,

che a quest’ora

da dietro la collina,

senza far rumore,

s’alzerà il mattino.

Incertezza grigia

dell’assenza sospesa

della notte, delle stelle

e della luce nuova,

questo, per adesso,

è il solo giorno che filtra

dalle vecchie gelosie

brutalmente sconnesse

della vita mia.

Poi, ecco le gialle serpi

di quello che fu il sole

ad allacciarmi i polsi,

a farmi alzare in fretta

in cerca di un caffè.

Ma, se io fossi là,

dove non sono,

in alto, sull’oriente,

sarebbero sorgenti

di fiumi rosa e d’oro

a generare in cielo

il lago dell’Aurora.

La pietà del cielo

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L'espansione

Stanotte volevo evadere con forza

dal mio cielo falso di cartone,

trascendere pareti e muri neri,

aprire le mie braccia oltre l’insonnia

che mi legava il corpo al letto

e all’ossessione losca dei pensieri.

Stanotte mi volevo ri-Creare,

l’anima com’era e un corpo siderale

e mi vedevo spalancare l’ali

a toccare, non so dove, quando e quanto

l’universo e la pietà di un grande cielo.