Lockdown – Vigilia in terrazza

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Surreale silenzio dei camini,

han legato la gola alle campane,

un cielo azzurro terso offerto

al fendente d’ala dei gabbiani.

C’è chi aspetta che il morbo finisca,

che ritorni la colomba in volo

col ramoscello verde al becco

recando nuova pace all’arca.

 

Paesaggio virale

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Ecco che piove, infine.

Forse ci farà bene.

Intanto, qua fuori,

il tavolo deserto

offre il suo grembo

al pianto del cielo.

Nudità del dolore,

grande silenzio

di cani, passeri

e poveri umani.

Lontano, col vento

l’urlo grigio del mare…

 

Un mattino a gennaio

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Lame di cielo invernale

così ben affilate

da provocare dolore

confitte dagli occhi

nel cuore. Stalattiti

di ghiaccio scendendo

in logorio di gocce di pianto

troveranno infine la pace

trapassando il terreno,

il manto glaciale, il silenzio.

 

 

 

Uno uno venti venti

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Albeggia in azzurro puro

e già pare un fremito d’oro

un gabbiano in volo.

L’eco in o gutturale

di un lontano abbaiare

perfora lo spesso lucore

con un tunnel circolare.

Entra la prima aria annuale

nel mio lume bronchiale.

Tosse, sospiri, tremore,

un tè fra le mani notturne

con vapori clementi mi cura.

Il roseo pennello ad oriente,

già traccia la porta del giorno.

Per quanto tondo e profondo

sia questo assurdo silenzio

chi veglia comincia a sperare.

 

 

Mattino da una finestra sul retro

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Geometrie da cortile,

minimalist squalor,

stile ed eccessi

di solitudine.

Intonaci grigi,

uno squillo di giallo,

un tubo che scende

e si porta laggiù.

L’orizzonte che stenta

fra ringhiere e camini ,

mentre un cielo di nebbia

si distende lassù.

E questo silenzio

di ovatta pesante,

il mio cerchio alla testa,

santità umana

di chi presto si desta

ed è senza virtù.

 

Diagnosi

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Tristi mattine

degli ultimi giorni,

latte e biscotti,

che a me piace tanto,

e questa mia tosse

che lacera dentro.

Intorno, silenzio

e dalla finestra

il rantolo roco

di una città stanca

che si trascina.

Tu ancora dormi,

avvolto nei sogni

e nel bozzolo stretto

del lenzuolo rubato.

Te ne pendi così,

dal tuo gelso illusorio

di speranze e sorrisi

e la strana certezza

che ci sia sempre tempo

per la vita, l’amore,

per il viaggio in Lapponia

e per me che ho paura,

ma che in fondo

sto bene.

Vacanze

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Nessuna idea

sul tempo che mancava

alla fine dell’estate.

Godevo di quei giorni

verdi e d’oro

e del sonno nel silenzio

della notte montana.

Ero bambina,

erano le vacanze.

Ah, cosa darei

per quella sospensione

così simile all’eterno

adesso che son grande!

Stanchezza

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Stanchezza

Lo chiamerò walzer, se vuoi,

però è un ballo straziante,

si  sente ad ogni battuta

il passo strascicato della morte

più svelto, sempre più svelto,

col passare del tempo.

Mi fa mancare il respiro.

Ah, se  potessi fermarmi

per guardarmi un poco in giro

e ascoltare il mio silenzio,

ma non posso, finché vivo!

Tube beanti

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donna della città

Credevo che la città

si risvegliasse presto

per farmi compagnia,

scamparmi dal silenzio,

invece se la dorme

malgrado me che vago

in cerca di un caffè,

quassù, nella cucina.

Tutto comincia dopo,

gli uffici sono chiusi,

anche la scuola è buia,

la gente arriva tardi,

non sosterà nessuno,

tutti di corsa e via…

Parlami tu, città,

ansando lavastrade

e autobus sbuffanti,

guarda verso il terrazzo,

convincimi a restare,

a non sentirmi sola,

con le trombe di Eustachio

beanti sul rumore

del mio perpetua affanno,

il battito del cuore.