Luci

il fiume di notte

Basta

pochissima luna

e le pietre del fiume

brillano al buio,

pallide stelle,

e, come in cielo,

per la carezza

dell’acqua,

tremano piano.

Così non fu per noi,

mio amore lontano,

non c’era

nel grembo nero

dell’ultima notte

nemmeno una luce

per farti tornare,

eppure rimasi,

rimasi per anni,

ferma col cuore

sull’inutile sponda

ad aspettare,

né fu lanterna

la speranza, né faro

il mio pensiero,

né la mia voce

lucciola estiva,

che continuava,

pulsando sul ritmo

del sangue agitato,

il tuo caro nome

a invocare.

Il lago dell’Aurora

L'Aurora

Mi fa bene saperlo,

mentre mi giro

insonne nel letto,

che a quest’ora

da dietro la collina,

senza far rumore,

s’alzerà il mattino.

Incertezza grigia

dell’assenza sospesa

della notte, delle stelle

e della luce nuova,

questo, per adesso,

è il solo giorno che filtra

dalle vecchie gelosie

brutalmente sconnesse

della vita mia.

Poi, ecco le gialle serpi

di quello che fu il sole

ad allacciarmi i polsi,

a farmi alzare in fretta

in cerca di un caffè.

Ma, se io fossi là,

dove non sono,

in alto, sull’oriente,

sarebbero sorgenti

di fiumi rosa e d’oro

a generare in cielo

il lago dell’Aurora.

La città dei sogni

tanta-gente

So che non è bene

divulgare i segreti di Morfeo,

ma io so dove sono

le porte della notte,

troppe volte le cerco

e poi ne resto fuori.

Stanotte, verso le due,

ero disposta a pagare

per chiudere gli occhi.

Sarà stato per questo

che, subito dopo,

ho incominciato camminare

in una strada buia

e molto popolata,

come da gente

che si accalcava,

forse all’ingresso

di una metropolitana.

Ero così contenta

e sicura di entrare.

Poi una porta immensa

scorrevole in vetro

si è chiusa scivolando

fra me e tutte quelle facce,

io fuori e loro dentro,

e mi ha lasciata al di qua

della città dei sogni,

così piena di luce,

di musica e avventura.

E mi sono svegliata.

 

Una telefonata

il-vaso-dei-fantasmi

Non ho da scrivere

se non di sogni brutti

dove la luce non entrava.

Anzi, c’era tempesta,

e il giorno in notte

repente trasmigrava.

Poi, all’alba, per fortuna,

la tua telefonata,

come una bastonata

a fare in cocci i vasi

disperati e occlusi

dei miei foschi pensieri

e tutti quei fantasmi,

chi dannato, chi beato,

ma da tempo rinchiusi,

dileguarsi su in cielo.