Lupo mannaro

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Luna piena questa sera

dopo un giorno di noia

mortale. Ah, poter scatenare

almeno una voglia bestiale!

E ululare fuggendo dal nulla

attuale al buio  di un futuro

illusorio migliore e divorare

crude le mie nuove ore. Ma nulla

di mannaro in me oramai rimane

e la mia preda, la vita spolpata,

biancheggia nel bagno lunare

di raggi e molte lacrime amare.

 

 

Com’è difficile cantare…

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Quando sognavo l’Islanda,

ispirata dal ghiaccio e dal fuoco,

ero soprano e usignolo

ricamando spartiti di note

così alte da far sanguinare

i più puri, rompendogli il cuore,

morire felici, rinascere ancora…

Ma ora, che il nulla ci incalza,

oscurando ogni giorno il futuro,

ora, che Dio c’è lontano,

e la mente fatica a adorarlo

e a crederlo il buono fra i buoni,

or che il ruscello è palude

e marciscono  fiori di neve

sotto i passi  incerti, smarriti

di un primavera di tisi,

ora che le messi future,

abbattute a colpi di falce

reclinano i capi delusi,

lontani da padre e da madre,

rapinati di ciò che era certo,

giovinezza, vita, bellezza,

senza conoscere amore

e papaveri e risa e l’estate,

ora non canto, non spero, non rido,

soltanto aspetto e sospiro.

Oh, com’è lontana l’Islanda,

com’è lontano il bel canto,

or che non posso sognare!

 

Canto notturno della cugina Mida affacciata alla finestra dalla cornice bianca

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Mi pare di vederti, lì affacciata,
alla finestra aperta sulla vita.
Vive la tua pelle di carezze
e il vento questa sera passerà,
alitando un soffio caldo
sulla tua bianca pelle,
il passato nel futuro muterà.
“Ancora amore, Mida, ancora
ti doneranno presto queste stelle!”
cantano i grilli dai trifogli in fiore
di buona sorte profeti e dispensieri.
Nella cornice bianca sulla notte nera
chi passa non ti vede, ma ti sente,
come un enorme battito di cuore
e forse chi ha fortuna percepisce
dei tuoi capelli biondi il timido bagliore.
Ma ti ricordi, cara Mida, questa sera,
com’era bello il nostro antico mare,
dove la notte su pattini d’argento
incideva fantastici sentieri
e scintillava di stelle l’orizzonte
e lontane danzavan le lampare?
Canta per me quella canzone vecchia,
che parla della luna e di perduti amori,
e fai la voce scura e passionale,
così ch’io ascolti e finalmente pianga
su quello che non può più ritornare.

Dai tetti

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Mancava un giorno

alla luna fragola

e il caldo di Venezia

mi era scoppiato dentro

fragoroso.

Tutto era sospeso,

dentro e fuori  di me,

come il fiato della luna

ed avrei pianto di paura.

Perché mi faceva male,

amore, vedere, come un dio,

tutto dall’alto,

ma non sapere niente

del futuro.

Aspettando il sabato

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dal terrazzo al quarto piano

Il cammino sospeso

di un terrazzo

al quarto piano.

Dalla parte del mercato

un De Chirico in città,

dalla parte del.cielo

i pianeti, le stelle,

la mutevole luna

se sereno sarà.

Io, polena stupita

che mi sporgo dall’angolo

in favore di vento

sul futuro che verrà.

Camini

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cinque camini .png

Cinque camini allineati

scenari della sera

sopra i tetti. Note acute

delle antenne verso il cielo

lo spessore  del silenzio

ed il suo peso. Rantolando

inghiotte gente e passa

la voracità di un autobus.

La mia malinconia non parla,

attende.

Saudade: rimpianto del passato, nostalgia di un futuro che non sarà, speranza, accettazione…

 

Falene

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Arsione di falene su slamp superstar

Un volo di falene nella notte

verso un lume che distrugge

e che seduce. Un anelito perverso

di splendore nell’arsione,

olocausto di futuro in un istante

dare tutto scintillando

e poi finire…

Panorama

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Aquila

Un piccolo scorcio,

un punto di vista,

lo sai, quando una strada

si arrampica lungo un crinale

e poi dopo una curva ti fermi

e ti pare di poter vedere da lì

tutto il resto del mondo?

E c’è vento e c’è il sole

e se solo ti sporgessi

sai che potresti volare

però un poco hai paura,

anche di guardare?

Teso intanto è il giro

di un’aquila sulla tua testa

l’ala quasi ti sfiora,

così vicina alla vetta

e sai che è una mattina

perfetta e che niente

di così grande e potente

potrà mai ritornare,

riesci a immaginare?

Ecco, così è stato quel giorno

pazza incosciente

profeticamente

ho iniziato il futuro

senza sapere niente…

 

 

 

Le tue fragilità

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fragilità

Questo vasto cielo

tutto scritto di nubi

sbandolate a caso

da un fiato di vento

pare in primavera

per quegli orli d’oro

che guarniscono a caso

il suo bordo slabbrato

a svelare l’immenso…

E invece è inverno,

mio spaventato amore,

e pioverà più tardi

da coaguli di cirri serotini

e dai tuoi tristi occhi

fissi sull’oltre immaginario

di un futuro estremo.

Ma io ti salverò dal tempo

col caldo del mio corpo

ricoprendoti a sedare

i tuoi terribili tremori

e sarà notte e dormiremo.

Impasse

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PiantoPiangeremo noi domani?

E questa avversa opacità

di nebbia che ci accieca

e ci spinge con la faccia

contro un muro, incapaci

di varcare finalmente

quella porta che si apriva

sul futuro,

sai dirmi se un fendente

di fortuna prima o poi

ce la diraderà

su un cielo più clemente?