Certe storie d’amore

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Non ti segue a casa

è in giro con la sua gente,

tu sdraiata sul letto

col tuo cellulare,

la memoria del cuore.

È per te la tua roba,

come quella maglietta

che ti ha dato una sera,

solo un piccolo straccio,

ma ci senti l’odore

e la stringi sul petto

un pò per farlo tornare…

Ma lo sai, vero, piccola,

dove vanno a finire

certe storie d’amore…

Ti porto le mani (la poesia della scimmia che gioca con la tastiera)

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Grazie per il parcheggio

sotterraneo nel tuo cuore

ah, dovresti saperlo

che sempre più spesso

nemmeno io mi fido,

mi fido di me stesso…

Ma se è la mia storia

che tanto ti piace,

così fantastica

nella tua testa,

devi saperlo,

ragazza incantata,

che è solo un sogno

nella tua testa.

Nella tua casa

divento reale,

è questa l’isola

nella mia testa,

meglio dei mari

che ti racconto

e tu sei e felice

e ti abbandoni,

io sono un sogno

nella tua testa…

A casa tua io ci vengo

e ti porto le mani

per donarti carezze,

per rubarti le labbra

per prometterti cose

e baciarti le orecchie,

perché tu mi creda

e quando mi pare

poter ritornare.

 

La stanza sul corridoio

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Sento parlare la sera

parole di campane

e le pareti altrui

giocare coi bambini.

Il buio mangia

il corridoio scuro

la casa già scompare.

Solo questa stanza

mi appartiene. Come la vita,

un breve spazio in luce

che rimane.

Faretti in corridoio

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faretto-rosso

Mi costruirò tramonti in casa,

scenari di deserto

e verdi acquari trasparenti

con i faretti e qualche clic

e, naturalmente,

un programmatore intelligente.

Basterà questo a placare

la mia voglia di viaggiare,

a far tornare nella mente

il respiro sanguigno

del vento del mar Rosso

e la sagoma del Sinai

e il suo fuoco che la notte

si ingoiava in un sol morso ghiotto?

Clic. E spegnerò il ricordo

col telecomando, abbuiando

il corridoio e la mia mente.

Come mi compenserà il soffitto

per aver perduto il giorno?

Chi mi ridarà le stelle?

Tramonto in città

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lamante-del-sole

Voglio sedermi qui,

vicino al tramonto,

guardare il sole

che tinge la stanza

con un pennello

sempre più nero.

Voglio inseguirlo

sul colmo dei tetti,

la posta, la banca,

la torre del duomo,

lo sguardo trafitto

dall’oro dei passi,

scoprire la porta

della sua casa.

Carta moschicida

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Libellula incollata

Trentotto decibel

di confortevole noia

È una casa gradevole

e molto silenziosa,

la strada celata

dalla stolta magnolia

e la vita che arriva

tutta molto filtrata

dal passato al presente

nelle stanze dei giorni

e la carta moschicida

di un monotono tempo

spenzolata in penombra

a invischiare da sempre

le zampette dei sogni.

 

 

Ho sognato Kokoschka

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Silvioschka

E poi l’altra notte

il varco si è aperto…

Il campanello suona,

(quel campanello

che nessuno mai trova)

e spalanco il portone.

Fuori, solo la notte,

una notte che trema

e io già lo sento,

fortemente lo abbraccio,

finché si fa osseo

e poi cinto di carne

ed è corpo fuggiasco.

Lo trattengo a me contro,

attraverso la soglia,

lo porto alla luce,

e nell’atrio di casa

alla fine lo incontro.

“È Kokoschka” io grido

“è Kokoschka il pittore!”

Chiudo un attimo un occhio

e vedo un suo rosso,

basta un poco di rosso

ed è squarcio nel cuore.

Ha portato per cena

solo umili cose:

una borsa di pane

e verdure in stagione.

Gli osservo i capelli,

sagomati nel nero,

la sua faccia allungata,

e lo sguardo, tagliente,

che seziona la massa

di materie agitate

per dipingermi l’anima

come sempre sa fare,

generoso di linfa.

e di mota e di sangue,

impurità inconfessata

del più puro colore…

Alla rosa esposta al vento di Libia

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tavolo di rose

Prima che il Libeccio

proprio ti uccida

fustigando di sabbia

la tua rorida schiusa,

ad un caldo sacello

nella casa festosa

e allo sguardo pietoso

di chi tanto ti ammira

concedimi, o rosa,

d’immolarti recisa

e, se fosse un pittore

chi di sguardi ti onora,

alla lunga memoria

che le tele colora.

La sera si dispera

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come la sera

Troppe volte la mia sera

fugge e si nasconde

in certe antiche strade

e solitaria piange.

Inzuppate di rosa

e lacere le vesti,

umiliate a morte

tutte le speranze,

tornerà a casa,

soltanto sogni infranti

mostrando a chi l’aspetta

e mani vuote e stanche

e il cuore fatto a pezzi

e sanguinante.