Il colore grigio cielo

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Così, senza gloria,

è incominciato marzo,

in gramaglie di nubi

e lacrime vedovili

e un color grigio cielo,

uno strano celeste

umiliato dal nero,

che non pare un colore,

ma la veste dismessa

di una donna fuggita

sgusciando via nuda,

da una delusione d’amore,

abbandonando sul letto

dell’ultima notte

tutta una vita, un passato,

una storia.

 

Cicoria da strada

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Cichorium intybus, sdraiata nel mio azzurro,

infitta nella terra, sopravvivo. Sono forte.

Sopravvivo agli anni. Sopravvivo ai danni,

alla povertà d’amore che di sete mi fa

spasimare. Ma a che vale? Sono talmente bella,

che la mia povertà ben si cela nella veste

da due lire del mercato. Perché so di cielo,

talmente, che la gente pensa che non mi manchi

proprio niente. E mi lascia troppo sola con tre sogni

così stravecchi che oramai non me ne importa,

se non li posso realizzare. Così, nella sabbiosa estate

in riva al mare, impolverata me ne resto ad aspettare

che malgrado me , che non vorrei, finisca l’estate,

questa, come quella che se n’è già andata,

che, malgrado me, finisca la vita. Tutti sanno

che sono molto, molto amara. Ciò che mi rende amara

è la mia stessa risata. Perché mi è duro sopportare

di essere invidiata. Che cosa c’è di tanto appetitoso,

infatti,  nella dura scorza di una cicoria da strada?

Preghiera del mattino

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Eos del vaso

Alba, alba divina

che, quando è l’ora,

ti mostri più scura

della sera più nera,

poi, emorragicamente,

per un fendente di spada

inizi a sanguinare

da oriente

facendo sgorgare nel cielo

un fiume lattescente

e, anemicamente,

senza pudore

ti strusci alle case

fugando dai muri

del sonno il languore

mentre la notte muore

e la tua veste, perdendo

il candore verginale,

si inzuppa del sangue

nuziale, sposa del sole,

quando passi di qui,

ormai donna pietosa

del destino mortale,

dispensa l’amore

alla nuova dimora

e fuga per sempre,

stendendo la mano

dalle dita di rosa,

la rabbia, la lite,

l’odiosa discordia

e la vile paura…

Ascolta, o luminosa,

la mia pura preghiera!

 

Angelo mio per te

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notte stellata

Sono stata brava

tutto queso tempo

come una bambina

e molto ubbidiente.

Come ogni sera

si sdraia la notte

su un letto di stelle,

nera la veste,

bianca la pelle…

Anche io giaccio

e cerco di dormire

eppure non smetto

di fare quello

che mi hai detto:

“Continua a sperare!”

Come una fiamma

per te resta sveglio,

angelo mio sofferente,

il mio stanchissimo cuore,

ma è un cuore potente.

Piange la Primavara

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Primaverafiorita

In equilibrio

su enormi zeppe

di giunchi intrecciati

rivestite di fiori

caracolla la Primavera.

La potresti incontrare

sui prati

inzuppati di fango,

più donna meno bambina,

coi capelli bagnati

di pioggia

a rimpiangere il sole

del primo mattino.

Con la candida veste

che ha rubato

all’aurora

incollata al suo corpo

tremante di vento

la potresti vedere…

Si siede sul bordo

del fosso, si china

a interrogare le rane

sul destino di morte

di gialle giunchiglie,

degli iris stremati

dei bianchi narcisi.

Si specchia nell’acqua,

la potresti vedere…

Pensa:

“Ero molto più bella

quando l’arcobaleno

mi cingeva la chioma!”

E piange più forte

e tu vedi che piove…

Alba a Sordevolo

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Sordevolo pittorica all'alba

Dalla finestra all’ultimo piano,

affacciata sul rosso dei tetti,

vedevo l’alba entrare in paese

furtivamente, strada per strada,

trascinando filacce dorate

che l’aspro artiglio della montagna

dalle vesti le aveva stracciato.

Non udivo il rumore dei passi,

ma argentee note, come di cetra,

cadere a gocce e petali rosa

nel silenzio del calmo mattino.

Giochi notturni nella limonaia (divertissement)

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limonaia notturno

La notte agitata

da velami di luna

corde di nuvole

calate a noi giù dal cielo.

Vento, vento d’argento…

Eri tu, angelo mio,

che correvi ridendo.

Buio fiato di lupo affannato,

già da allora inseguivo

la paura che sarebbe finito

e ogni bacio già dato

diventava rimpianto,

agro agrume

il tuo seno piccino.

Ti sfioravo la veste,

ed eri sparita

pianto di stelle

mi macchiava le dita.

Sai, credevo di averti

e mai più ti ho afferrato.