Una telefonata

il-vaso-dei-fantasmi

Non ho da scrivere

se non di sogni brutti

dove la luce non entrava.

Anzi, c’era tempesta,

e il giorno in notte

repente trasmigrava.

Poi, all’alba, per fortuna,

la tua telefonata,

come una bastonata

a fare in cocci i vasi

disperati e occlusi

dei miei foschi pensieri

e tutti quei fantasmi,

chi dannato, chi beato,

ma da tempo rinchiusi,

dileguarsi su in cielo.

Mare freddo

mare giorno notte

Ci fu un’estate fredda

e freddo il mare,

fresche le notti,

tirava vento sempre,

a volte di tempesta.

E fu un’estate bella

della mia giovinezza,

quando, nuotando insieme

a sfida delle onde,

noi ridevamo forte

e gridavamo al cielo

per non dover tremare.

Sequitur se ipse et urget gravissimus comes

gabbiano blu firmato
Che ne sarà di me?
Voglio andare via.
Via da questa casa,
via da questa strada…
Il mio inquieto sguardo
già si libra
sopra i tetti bassi
di una città di sonno.
“E il mare?”
Non mi mancherà il mare,
né l’aria fresca azzurra
venata di vento.
Avrò i ricordi ad increspare
l’oceano salso dell’addio.
Ah! La chimera del viaggio,
orrendo uccello migratorio,
poiana del dolore
che ripete il suo verso
nel mio cielo in tempesta:
“Povera te! Povera te!”
Penetra i cupi nembi
un irridente, funerario sole
officiando lunghi raggi
di gialla punizione.
Seneca, Seneca,
che ne sarà di me?
Dietro quanti orizzonti
è celata la terra
della libertà da me stessa?
…Non esiste paese…

Ringrazio Riccardo Scarpellini per avermi “passato” questa sua vecchia, vecchia fotografia, che ho rielaborato.