Il cuore coperto di stracci

barbone-con-gabbiano-fumetto

Ridendo e scherzando,

è arrivata la miseria,

è arrivata brindando,

bevendo e mangiando,

cantando e ballando,

è arrivato giocando

e noi non ci accorgemmo

che stava giungendo

e così ci ha trapassato

le liete bianche carni

con aghi di ghiaccio

senza la cruna

e stiamo congelando

e ce ne andiamo in giro

imbambolati zombies,

blu per il gelo dentro,

senza tentar nemmeno

di tendere la mano,

coi tozzi mezzi guanti

(stolti come siamo

la speme non vien meno.)

Non ti accarezzo, sai,

mi dolgono i geloni

e tu non mi baciare,

mi attaccherai la tosse,

ma conta l’intenzione.

Penso che sia domenica,

lo so dalle campane ,

non posso farci niente

se già da qualche tempo

mi pare così assurdo

chiamarla ancora festa.

 

L’abito da cerimonia

Manichino spogliato

Mi vedo molto brutta

col mio vestito nuovo,

sarà per il colore

o per quel taglio strano,

mi sento intrappolata,

come un serpente ignaro

alla sua prima muta

e il corpo mio agitato

ha voglia di scappare.

Tu dici che son bella,

e aggiungi gli accessori:

“Su questo rosa lilla

metti una stola nera

e chili di collane

girate intorno al collo,

le scarpe allampanate

su tacchi demenziali

e poi una veletta,

le calze forse nere”

e altri cose ancora.

Domani sarà festa,

perché devo soffrire?

Farfalla centenaria,

ho voglia di volare!

La baccante

baccante

Apparecchieremo

il tavolo grande

faremo festa,

amore, ogni giorno,

tintinneranno

le nostre stoviglie

sfiorando il cristallo

dei calici fini.

Noi rideremo

del tempo che passa,

consumeremo

ogni nostro momento

e tutto l’oro, tutto l’argento

e tutto il sole,

dall’alba al tramonto.

Neve a settembre (dalle “poesie molto popolari”)

mucca firmata

Finta la transumanza

anche la più bella mucca

la più premiata è nella stalla,

in terra la coccarda ambita

e sfatti i calpestati i fiori.

Eppure il paese è stato in festa

e c’era il  mercato e ridere,

a noi, non è costato niente,

come l’amore che rubavi

al bianco dei miei denti

e alla lievità dei miei pensieri.

Sono partiti tutti i villeggianti,

gli alberghi sono chiusi,

la sera si è fatta fredda e silenziosa

e se non mi copro batto i denti.

Ti darò un figlio a fine primavera.

Non prenderai quel treno, spero,

di cui, d’inverno, parli sempre

e io ti credo, mi dispero e piango

e tu, ridendo, mi baci e mi consoli…