Daimon

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Il sublime subliminale

vibra sull’arenile,

sostiene le mie ali

e la libertà di volare.

Mi potresti sentir gridare,

sono la poiana in amore

e il falco predatore.

Come sono piena, adesso,

nei confini dell’estasi

tra l’essere e il divenire!

Sono il cielo che si sversa

nell’azzurro ibernale del mare

e trattengo sulle spalle

la neve che si attarda

giù dal colle fino a congelare

le lamine d’acqua

di un breve temporale.

E mi specchio e mi piaccio,

sono il mattino del mondo,

dentro un dio molecolare…

 

Ancora una volta ringrazio Paolo Scarpellini per questo magnifico scatto, che ispira e illustra la mia poesia

 

A quest’ora i colori

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Giallo e beige,

verde e azzurro,

indistinguibili

a quest’ora.

Anche mia nonna

scambiava i fili

e di mattina

se ne accorgeva.

Che fiori strani

abbiamo creato

nei nostri ricami!

E quando col mio bimbo

giovavamo a Rami,

io perdevo,

tradita dal rosa

e lui se la rideva…

Semplici ricordi

e una strana voglia

di riassaporarli.

Incalzare del  tempo,

dolcezza di allora…

 

L’alba nel vicolo

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Finalmente hanno spento

il lampione. inesorabile occhio

insonne della notte.

Così io potrò vedere

l’alba, timida di intenso

pallore, ancor bambina,

non come l’aurora,

che tra poco si mostra,

così priva d pudore,

oro, porpora e viola.

E scoprire un dipanarsi

d’azzurro sui muri delle case,

spiando dalle saracinesche

semichiuse per non svegliare

quel che dei sogni rimane

fra le ciglia tue deluse.

E vorrei correre alla torre

in ebbrezza di avventura

e urlare, urlare al mare…

 

 

Uno uno venti venti

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Albeggia in azzurro puro

e già pare un fremito d’oro

un gabbiano in volo.

L’eco in o gutturale

di un lontano abbaiare

perfora lo spesso lucore

con un tunnel circolare.

Entra la prima aria annuale

nel mio lume bronchiale.

Tosse, sospiri, tremore,

un tè fra le mani notturne

con vapori clementi mi cura.

Il roseo pennello ad oriente,

già traccia la porta del giorno.

Per quanto tondo e profondo

sia questo assurdo silenzio

chi veglia comincia a sperare.

 

 

Cicoria da strada

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Cichorium intybus, sdraiata nel mio azzurro,

infitta nella terra, sopravvivo. Sono forte.

Sopravvivo agli anni. Sopravvivo ai danni,

alla povertà d’amore che di sete mi fa

spasimare. Ma a che vale? Sono talmente bella,

che la mia povertà ben si cela nella veste

da due lire del mercato. Perché so di cielo,

talmente, che la gente pensa che non mi manchi

proprio niente. E mi lascia troppo sola con tre sogni

così stravecchi che oramai non me ne importa,

se non li posso realizzare. Così, nella sabbiosa estate

in riva al mare, impolverata me ne resto ad aspettare

che malgrado me , che non vorrei, finisca l’estate,

questa, come quella che se n’è già andata,

che, malgrado me, finisca la vita. Tutti sanno

che sono molto, molto amara. Ciò che mi rende amara

è la mia stessa risata. Perché mi è duro sopportare

di essere invidiata. Che cosa c’è di tanto appetitoso,

infatti,  nella dura scorza di una cicoria da strada?

Gloria perpendicolare

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Un cielo color alba

si riversa dai tetti

nella mia cucina.

Talmente denso

è l’azzurro

che parrebbe il segno

di un pennello intinto

in un’acquasantiera

divina.

E la luna, oh la luna

quanto mi delizia

prima di sparire

nel’ anonimo pallore

di una giornata

di sole!

Io non ho la forza,

non sempre, almeno,

di gioire malgrado me

e quegli uccelli neri

nel nido del mio cuore,

ma oggi mi avvinghio

all’ascesa del sole

e a Stonehenge

mi faccio trasportare.

Qui la druidica fronte

mi farò ferire

dal raggio

della trilitica porta

nella sua gloria

perpendicolare.

Alba del solstizio d’estate, 21 Giugno 2019

Non fermarti mai

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Questa è una vita sperimentale

sui pantaloni sputi di mare

io ti cammino un poco sul cuore

tu che dipingi un acquerello

tutto d’azzurro  in sfumature

un soffio di vento, lacrime amare…

Vita di macchia, sul litorale,

giallo ginestra,  chiazze di sole,

spazio infinito, la voglia di andare…

Meteocuore

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Oggi è una bella giornata,

l’ha deciso il sole,

oggi sarà un giorno bello,

lo decido io.

Dedico a voi,

che sapete a chi parlo,

a voi, mie creature dolenti,

ogni mia cura,

ogni mio sorriso,

perché abbia un senso

la coralità dell’azzurro

nel cielo e sia espansione

nei cuori del sereno.

Sa genti arrubia

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fenicottero in palude

Aspettando in palude

un evento stupendo,

fenicottero stanco,

io consumo il mio tempo

nel salmastro confino

mentre migrano a stormi

da oriente a occidente

questi miseri giorni

e non cambia mai niente.

Quale colpa di madre

o mio orrendo delitto

mi ha legato le ali

perché mai io sfrecciassi

come lancia nel cielo

a ferirne l’azzurro?