Il mio tempo

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Mi  ero scelta il mio tempo,

solo un piccolo avanzo,

era il tempo del dopo.

Dopo aver provveduto,

con amore, s’intende,

a ogni mia obbligazione

da pagare alla vita,

avrei fatto quel viaggio,

avrei scritto quel libro

e cercato i parenti,

quelli mai conosciuti,

avrei dato una festa

e ti avrei risposato,

a metà  per amore

ed il resto per celia.

Sarei stata a New York

sorvolando le guglie

di quei cieli turriti.

Avrei fatto di tutto,

proprio tutto, ma dopo.

Io ora ci sguazzo,

nel mio dopo che è adesso

e mi sento ingannata,

mentre corrono i giorni,

quelli che non c’è dopo,

quelli che “sono stanca”

“sono stanca e malata!”

 

 

La vecchia cavalla

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La cavalla stanca

Ecco che cosa sono,

adesso te l’ho detto:

una cavalla stanca

di tirare il carretto,

e poi non so nemmeno

che cosa ci sia dentro,

ma so che pesa tanto.

Sono una bestia adatta,

col fianco largo e grosso,

ho fatto solo questo,

sempre coi paraocchi,

siccome son balzana

a volte trotterello,

ma mi è venuta a noia

la polvere di strada,

con quel colore giallo,

e andare avanti un poco

e poi tornare indietro,

monotono è il mio viaggio

e nel nitrire al vento

non essere ascoltata

e tu che sei gentile,

tu mi cammini accanto

non gravi sul mio basto

e non mi frusti mai,

ma quando parli gridi

ed è come un comando.

La casa di Sordevolo

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veduta di Sordevolo dal prato di santa Marta

Grazie zia Paolina

per esserti fermata

lungo la salita

che porta su al Bornello.

Lo so, non era vero,

non c’eri tu e io non c’ero,

ma, ai bordi del mio sogno,

vedevo la chiesetta

e tu sembravi viva

e mi sedevi accanto

su quei gradini grigi

che vanno a Santa Marta.

Io sono molto stanca,

ma sono dentro ai giorni,

non è come per te,

che transiti nei tempi

che formano l’eterno

e che, quando ne hai voglia,

ritorni alla tua casa

che ora mi è preclusa,

che fu nei miei bei tempi

la vera amata casa

che sola mi riposa.

Febbre di vita

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ritratto serale al neon

Forse sarà la sera

a raccontarmi,

quando, velato il cuore

e morte le parole,

mi troverà già stanca

perfino per dormire.

Traccianti in luce

fredda i miei pensieri,

non morti, ma silenti

i desideri

ed una strana febbre

che non mi fa morire…

La rosa rampicante, il merlo e la tortora

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rose

Sono così stanca

che il fischio del merlo

le orecchie mi fora.

Vedessi la fronda

incolta di rosa

come si stende

di appoggio bramosa

e pesa di fiori nell’aria

odorosa!

Così stanca, come la rosa

non trovo una spalla

su cui rampicare

e penso, oramai,

che questi miei graffi

che porto sul cuore,

muovendomi il vento

a caso, impietoso,

li abbia inferti io stessa,

ma senza volere

e intanto già muoio

fiore per fiore…

La tortora canta,

funerea, in amore.