Il vicino di casa

il vicino di casa

E poi, dopo giorni

veramente duri,

caro vicino,

col piccolo cane

con cui passeggi

la tua solitudine

sui freschi viali

di una città di mare,

il mattino,

caro vicino,

mi arrivi tu,

col tuo sorriso

sempre più disilluso

e, ben informato

su tutti i miei mali,

mi consegni così.,

fra la fretta di strada,

il marciapiede,

e la cristallizzazione

della portiera dell’auto

che già si chiude,

perché me ne vado,

mi consegni così,

col tuo sguardo

disarmante disarmato

annacquato,

la voglia e il motivo

per trovare un sorriso:

“Si vogli bene, mia cara!”

e riguadagni la porta di casa.

Sette e mezzo

Il baro a sette e mezzo

Io mi gioco i giorni

e perdo, perdo sempre.

Non sono un bravo baro,

non c’è mano in cui finga,

però non mi diverto

e perdo, perdo, perdo.

Mi tradisce lo sguardo,

la noia che mi prende

e quella voglia matta

di gettare le carte,

scoprire gli intenti,

mandare all’aria tutto

e ridere degli altri,

frantumarne le facce,

le facce di marmo…

Il balzo della tigre

tigrizzazione-dellio

Il mio animale?

Sempre stata la tigre

per la faccia beffarda,

per lo sguardo che irride

e per gli occhi a fessura

che non hanno paura,

col ruggito potente

e il coraggio che preme.

Col passare degli anni

io non sono diventata

una fiera spelacchiata

tristemente anziana

che vaga da sola nella savana…

Sono sempre stata buona,

con la zampa disarmata

e l’artiglio retratto

come quello di un gattino

nel cuscino del perdono,

ma, potente e ben nutrita,

il mio olfatto è ancora buono,

la mia vista vi perfora

miei nemici spudorati,

che attentate alla mia tana!

Supplica al vento dei tre giorni

io-buddha-nel-vento

Girando una pagina

del diario degli anni,

come previsto,

è arrivato il libeccio,

un poco in sordina,

indegno del nome,

or è da due giorni.

Colpi di vento,

sputi di sole,

sul corpo depresso,

ho caldo, poi gelo

e l’anima muore,

fra brividi freddi

e docce al sudore.

Agonia dell’umore,

ma non è colpa mia.

S’io fossi Buddha,

però non lo sono,

sarebbe diverso,

ne sono sicura.

Quel che mi uccide

è una gran delusione.

Aguzzo il mio sguardo,

orbato dell’occhio

che contano terzo,

e sta proprio in centro,

e non vedo niente

che spiani la fronte

o chiami il sorriso

ai lati del labbro

a darmi quell’aria

di ebete astratta

in un cielo sereno

che tanto compiace

chi sa meditare.

Evento del vento,

alato diventa

e portali via,

i miei traditori,

hai un giorno di tempo!

 

 

Lo sguardo oltre (a Maria, con amore)

ragazza di ghiaccio

Qualcosa di straniero

in me, nella mia bocca,

me lo dicono tutti, qui,

manco fossi in esilio.

E lo sguardo lontano,

come il tuo, madre cara,

col suo azzurro severo,

però molto più caldo,

coi riflesso del mare,

che ci mise mio padre

fino a che non fu verde

e con l’oro del sole.

Di qui non mi piace

l’indolenza scherzosa

e l’attesa di un giorno

in cui tutto migliori.

Noi, ragazze di ghiaccio,

occhi assenti per gli altri,

molto oltre a guardare,

gli mettiamo paura

anche senza parlare.