Aperitivo

trombettista

Lui è tornato,

il trombettista stonato

di besame mucho,

e ha ampliato il repertorio,

dopo un mese e passa

in cui era sparito.

Suona all’angolo di casa mia,

stasera a quest’ora,

che, col fuso orario

di questa mia città

indolente da sempre,

è l’ora dell’aperitivo

e non ci sono santi.

Chi allatta, allatta al bar

e c’è un asilo nido

sotto il tendone rosso

al freddo di novembre

ed è pure strappato.

Come il musicista

sgangherato

rattoppa brani alla rinfusa,

pescando fra i buchi

della memoria ubriaca,

così fa l’anima guasta

e cerca nel passato

qualcosa di diverso

dal dolore

e non lo trova.

E suona quasi a morto

la campana della chiesa,

ma non potrebbe

adeguarsi, dico io,

a questa nostra volontà

disperata di sperare,

adeguarsi al nostro ritmo

e festeggiare?

 

 

Il cacatua bugiardo

La nave del cacatua

Mentre il vicino di sopra

mi passeggia la mente

e confondo i suoi passi

con quelli morti della zia,

il passato col presente,

e mangio a colazione

biscotti magri di cartone,

bevendo un te indecente

che non contiene niente,

nemmeno un po’ d’oriente,

canta la voce del mattino,

il merlo nero nel giardino,

fischia una melodia stanziale

e io mi sento molto male.

Sono un pirata storpio

e il vecchio cacatua

che grava la mia spalla

con la sua voce chioccia

mi parla come sempre

dei viaggi che faremo

nei mari più lontani

coi soldi del tesoro

che un giorno troveremo.

Lo fa da troppi anni

e mi defeca addosso,

senza nessun decoro.

Nemmeno io lo scaccio,

non ha più dove andare,

lo sa che non gli credo,

ma mente per amore…

Picassa in crash

picassa

Povera Picassa in crash,

perduta identità che si frammenta

rifratta su specchietti in simil vetro,

un occhio quasi spento sul passato

e l’altro sul futuro già in agguato,

il naso come un vomere del senso

ad arare certi odori di ragù

con la voracità della narice destra,

mentre l’altra, la francese, li detesta!

E la bocca, sensuale al davanzale,

fa il sorriso che di solito si fa

fra persone benvolute in società.

Ma dell’anima raminga cosa resta?

Forse l’artrosico arto metamorfosato

da una mano un tempo dolce molle

si protende verso il girovago seno

artigliando dal cuore ancora caldo

il guizzare da ittiosauro di un segreto…

Forse un amore fossile la salverà?

Chi le ridarà la sua unità?

Amare d’inverno

macedonia-al-sempervivum

Gustammo ierlaltro

rosse perle d’estate

sapidissime ancora

e d’amore e di mare…

Io berrei volentieri

solo un sorso di acqua

per levarmi di bocca

il retrogusto di sangue

che passione lasciava,

è già tutto passato

e un inverno precoce

ruba il passo all’autunno,

sono piena di tosse

e la febbre mi trema

nella voce grattugia

e lo strano di questo

è che sono contenta,

ma contenta di tutto

e mi basta il furtivo

e notturno cercarti

per rubarti il calore

che si spande dal corpo

con la punta del piede

e tu dormi e stradormi

e nemmeno ti svegli.

Niente male

Visto di spalle al tramonto

Visto di schiena

non è poi

così male

il passato,

se non altro

per l’enorme sollievo

di averlo vissuto…

Nella tasca criminale

ha un coltello

e ancora ci prova

a farmi soffrire,

ma non c’è la fa

a squarciarmi

per bene nel cuore.

Non è poi

così male

il passato,

se riesco a rubargli

almeno uno sguardo.

Ha gli occhi d’oro

dei dì tramontati

e regala ricordi.

Carta moschicida

Libellula incollata

Trentotto decibel

di confortevole noia

È una casa gradevole

e molto silenziosa,

la strada celata

dalla stolta magnolia

e la vita che arriva

tutta molto filtrata

dal passato al presente

nelle stanze dei giorni

e la carta moschicida

di un monotono tempo

spenzolata in penombra

a invischiare da sempre

le zampette dei sogni.