Caldarroste

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Dora e Eridano divinizzati

Ma come è strano mangiare

le caldarroste sul mare,

con questo autunno, poi,

che è così lento a venire…

A me piaceva a Torino,

ed era vicino il Natale ,

con i regali occhieggianti

dalle vetrine eleganti

e il Po e la Dora sdraiati,

quasi del tutto svestiti,

vicino a Piazza San Carlo

e c’era mio padre al mio fianco

e io gli cercavo la mano,

aveva il cappotto pesante

e, con il freddo che c’era,

-da farci fumare il respiro-

metteva i marroni bollenti

nelle sue tasche capaci,

li mangiavamo contenti

e i cuori ridevano piano…

Babbino scheletrino

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Giorgiasma ciano e stelle

Non credevo si potesse…

Stanotte ho sognato

tanta sofferenza,

la sofferenza in persona.

Certo era mio padre,

appariva confuso,

umiliato da tanto parlare.

Aveva fatto cose da vecchio,

senza capire,

ed era stato sgridato.

Tanto.

E aveva cominciato

a impallidire sulla fronte

e a riempirsi di sudore.

Non si difendeva,

restava in silenzio,

e intanto, dimagriva,

così, a vista d’occhio.

Me lo prendevo fra la braccia,

quel mucchietto d’ossa,

che non pesava niente.

Parlandogli di sport,

cercavo di distrarlo,

lo accarezzavo piano,

come si fa con i bambini

e lo sdraiavo sul letto,

povero scheletrino

che pareva vivo!

Chissà perché, babbino mio,

sei  tornato dai morti

e in quella condizione,

chissà che cosa

mi volevi dire…

Pensando al cimitero di Nervi nel mese dei morti

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angeli-di-pietra

Chissà mio padre

e la mia mamma,

quattr’ossa ben esposte

all’anemia del sole

d’autunno boreale…

e poi percuoterà l’inverno

adunco coi suoi rami

inquieti rap tombali

e urla sui crinali,

suicidi collinari,

chissà se parleranno

del nostro assente amore

le vesti da fantoccio

per sempre sull’attenti

e noi così lontane

perdute dentro i tempi

ballando senza freni

la giava secolare…

Lo sguardo oltre (a Maria, con amore)

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ragazza di ghiaccio

Qualcosa di straniero

in me, nella mia bocca,

me lo dicono tutti, qui,

manco fossi in esilio.

E lo sguardo lontano,

come il tuo, madre cara,

col suo azzurro severo,

però molto più caldo,

coi riflesso del mare,

che ci mise mio padre

fino a che non fu verde

e con l’oro del sole.

Di qui non mi piace

l’indolenza scherzosa

e l’attesa di un giorno

in cui tutto migliori.

Noi, ragazze di ghiaccio,

occhi assenti per gli altri,

molto oltre a guardare,

gli mettiamo paura

anche senza parlare.

Sordità (la liceale)

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La liceale

E mio padre piangeva,

lacrime pudiche deluse

di orgoglio ferito

subito ingoiate

dalla voracità dell’occhio.

-Niente diploma, quest’anno

sarò proprio bocciata.-

-Com’è possibile questo?-

-Papà, non ho studiato

non ho nemmeno un voto.-

-Puoi rimediare adesso?-

-Non c’è tempo purtroppo…-

-Perché non ce lo hai detto?-

-Io ve l’ho gridato

…proprio non ce la faccio…

e voi non sentivate.-

-Ma tu non sei malata!-

-Non te ne accorgi, papà?

Sto molto, molto male,

ancora una parola

e presto sarò morta,

abbi un po’ di pietà!-

-Ma la mamma lo sa?-

-È questo che conta?

Se mi aiutassi, papà…-

-Farai due anni in uno,

figliola, siamo qua!-

La luna come allora ad Albenga

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lunabarca

E poi la luna certe notti

mi rapisce il cuore

fingendosi una barca

che mi culla in cielo

e mi tornano in mente

le lampare

pulsanti come stelle

dentro il nero mare

e la mia mano, padre caro,

che si perdeva nella tua

e la notte ci avvolgeva,

ma non avevo mai paura…

 

A mio padre (non c’era niente da ridere, ovvero le oscure trame del destino)

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babbino mio firmato
Quando gli uomini

fumavano le sigarette

perché non sapevano

di riandare alla guerra

dopo aver scampato

una volta la morte

e che il nemico

era invisibile e forte

e sembrava soltanto

qualche colpo di tosse,

il mattino,

ed era virile fumare

e piaceva alle donne

che non potevano farlo,

almeno non per la strada,

figurarsi le mamme,

in quel tempo mio padre

fumava e fumava.

Io ero ancora piccina

e lui, per farmi giocare,

ecco, riempiva la stanza

di anelli di fumo,

oh, meraviglia,

era un mago mio padre!

Mani tese per afferrarli,

corse, baci, risate,

speranze bambine…

Non sono i sogni di adesso

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casa antica a como

Qua in strada piove da molto.

Mi gusto l’inverno da fuori

a immaginare il Natale

stretto nel riquadro di luce

delle finestre incantate

per sospirare in silenzio…

Il calpestio sulla neve degli anni,

la ghirlanda volante dei sogni.

Non sono i sogni di adesso,

è tutta una vita che scorre,

i sorrisi miei di bambina,

mio padre, mia madre,

l’amore,

il ritorno degli angeli.

Supplica baudelairiana

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internochiesacomofantasmatica

 

Ah! Insensata Brigitta

che hai fatto lo sgambetto alla tua vita

e sei finita giù, giù, giù.

Potesse risvegliarti il lieve tocco

delle dita di tua madre

che t’accarezzano il viso di cera,

falene disperate!

La senti come piange?

Ti ha amato. Le manchi.

Ah! La morte, bestia impudica

che leccava il tuo sangue,

china sull’asfalto bagnato.

Godeva. E rideva, rideva. Che iena!

Sapessi quanta folla hai radunato

nella piazza dell’ultimo teatro.

Bella gente! Sfaccendati, curiosi, morbosi.

Un successo. Qualcuno ha vomitato.

Ma adesso, sorgi dal lettino di marmo!

Troppo stretto per te, troppo freddo.

Sarà lunga la notte all’obitorio,

in mezzo a quei due vecchi stecchiti

con gli abiti neri ammuffiti.

Senza Bobo, l’orsacchiotto lilla

con le orecchie rosa consumate.

E tu sei bella nel vestito lungo bianco,

ricoperta di fiori. Sembri la Primavera.

Dai! Stringi la mano di tuo padre

che ti aiuta ad alzarti.

Lo so. Quel giorno aveva fretta

e non ti ha voluto ascoltare.

Però, oggi, il tempo l’ha trovato.

Brigitta, perché l’hai fatto?

Per un misero bacio del perdono

che troppo ti è mancato?

Su, non essere cattiva.

Tra poco se ne andranno.

Torna a casa con loro.

Li senti come piangono?

Sono pronta a giurarlo:

li hai puniti abbastanza.