Il cacatua bugiardo

La nave del cacatua

Mentre il vicino di sopra

mi passeggia la mente

e confondo i suoi passi

con quelli morti della zia,

il passato col presente,

e mangio a colazione

biscotti magri di cartone,

bevendo un te indecente

che non contiene niente,

nemmeno un po’ d’oriente,

canta la voce del mattino,

il merlo nero nel giardino,

fischia una melodia stanziale

e io mi sento molto male.

Sono un pirata storpio

e il vecchio cacatua

che grava la mia spalla

con la sua voce chioccia

mi parla come sempre

dei viaggi che faremo

nei mari più lontani

coi soldi del tesoro

che un giorno troveremo.

Lo fa da troppi anni

e mi defeca addosso,

senza nessun decoro.

Nemmeno io lo scaccio,

non ha più dove andare,

lo sa che non gli credo,

ma mente per amore…

La rosa rampicante, il merlo e la tortora

rose

Sono così stanca

che il fischio del merlo

le orecchie mi fora.

Vedessi la fronda

incolta di rosa

come si stende

di appoggio bramosa

e pesa di fiori nell’aria

odorosa!

Così stanca, come la rosa

non trovo una spalla

su cui rampicare

e penso, oramai,

che questi miei graffi

che porto sul cuore,

muovendomi il vento

a caso, impietoso,

li abbia inferti io stessa,

ma senza volere

e intanto già muoio

fiore per fiore…

La tortora canta,

funerea, in amore.

L’ennesimo ritorno dell’ennesima sera dell’ennesima primavera

ragazzo in cammino con uova al tramonto

La primavera ce lo fa sapere…

Qui da noi cominci a vedere

piccoli gusci d’uova rotte

per la strade e senti il merlo

fischiare. Sono bei segni, amore,

e dovremmo sperare.

Eppure, tu sapessi, certe sere,

come m’incombe il rosso

del tramonto sul mare!

È uno strappo vivo nel cuore.

Glicine del muro antico

glicinetruccatoinviolauno

Blande parole tiepide

parlava la sera

sorgendo dal lago,

di grigie brume velata.

Tenace si abbracciava,

come il tuo giovane corpo

al mio, stanco, senile,

il glicine in fiore

al terrazzo sgretolato.

Soavità dei petali,

parole lilla,

quasi non dette,

deliranti promesse

parlavano

le nostre bocche,

corolle tremanti,

penduli grappoli

di baci e sospiri

abbandonati alla notte.

Non era maggio, ancora,

un merlo fischiava,

inesausto, il suo canto.

L’amore, sfinito,

odorava di glicine,

di rimpianto leggero,

pioveva,

piangevi,

piangevo