Il viale delle acacie

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Colpi di luna

sui miei capelli chiari,

tu che mi menti:

“Sei sempre più bionda!”

Io ti rispondo:

“Sarà questo sole…”

passeggiando, noi due,

sul viale delle acacie,

freddo per la stagione.

Il tempo, intanto,

ci ghermisce

come foglie morte.

Lo studio

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L’odore dello scalogno

si è chiuso nello studio,

la stanza lunga e stretta

in fondo al corridoio,

la stanza senza scampo.

La giornata è stata cupa,

la pioggia battente obliqua

attraversava i terrazzi,

bagnando tutti i vetri,

così non mi è venuto in testa

di dare un cambio all’aria.

Io poi, nel pomeriggio,

cercavo una coperta

da  drappeggiarmi addosso

per aggirarmi  tetra

con fare da teatro

e dire singhiozzando

che avevo molto freddo.

Anche il bucato, rozzo,

pendeva nel salotto,

gridando il suo volgare

parfum di ammorbidente.

Adesso è tarda sera,

la stella del lampadario,

una pazzia asimmetrica,

per questo cielo chiuso,

per questi muri rossi,

per tutti gli scaffali,

che scricchiolano di libri,

per le anime dei tarli,

per me, che scrivo e scrivo,

illumina la notte interna,

il chiuso del mio cuore,

l’afrore dei miei giorni…

L’ultima Epifania

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la befana se ne va

Mi ricordo la Befana.

Abitava a Torino

Amava i cieli grigi

e il greve respirare

dei camini.

Si vestiva nella notte,

per questo non appaiava

i suoi calzini

e non li rammendava.

Non si pettinava.

Quell’anno a Natale

era andata molto male

ed avevo saputo

che Gesù Bambino

non sarebbe più tornato

per via del tutù azzurro

che volevo per ballare.

Lui mi portò la stoffa

e alla mia cara mamma

solo il tempo per cucire.

E venne l’Epifania

che tutte le feste

la porta via

(me lo disse mio padre.)

Così dal cortile,

nel freddo da paura

del mattino

e l’ossessione

di quei muri gialli

delle case popolari,

guardai il cielo di latta

con le nuvole appese

e le strisce di ghiaccio

pattinate dal gelo

e la sorpresi a volare,

sulla scopa sbilenca,

districando una strada

fra i rami nudi dei viali .

Fu un’epifania,

come spiegava la nonna,

che se ne intendeva

di chiesa e di parole,

e lo capii anch’io.

E mentre salutavo

e la indicavo a mia sorella

sparì dietro a una casa.

II sole dell’inverno,

intanto, lacrimava…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pioggia forte

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pioggia forte fredda

È una giornata brutta.

Perfino ad occhi chiusi

so della pioggia forte

e della grigia coltre

che tutta se la involge.

L’estate in calendario

si farà viva a giorni,

ma qui fa proprio freddo,

ho i piedi nudi e viola

e una coperta bianca

gettata sulle spalle…

Se fossi io l’inverno?

A volte ne ho il sospetto

in questi tristi tempi

di falsi testimoni

con l’anima gelata

da torti ed abbandoni.

La baia senza vele

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baia nel bar

Amore mio, da dentro,

da oltre il mio bicchiere,

sento il vento fischiare.

Non ho per niente freddo,

tocco persino il mare

mentre accarezzo il cielo,

sul tavolino nero

di questo bar leggero

con l’occhio così grande

che sembra di viaggiare.

Ma questa primavera

non basta a riscaldare

e mancano le vele

al sogno di partire.

Anthurium nano

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anturium nano e cielo

Come un fiore farfalla

avrei voluto un tempo

volare. Lieve la mente

e la voglia di andare,

strappare il mio stelo

sanguinar conseguenze,

senza mai temere,

rossa di ali inventate,

cielo che m’appartiene,

che poi sarebbe vento

per la portanza alare.

Ma stamattina, ormai,

io mi sento più vecchia,

come un’arpia civetta

che non ha mai volato

e grigia polverosa

di un sonno malato

e ho tanto di quel freddo

in ogni parte addosso

che brucerei nel fuoco

adesso, col cappotto

e quel che indosso sotto.

 

Prima notte di nozze, tanti anni fa, in un paese che esiste, ma non dico (dalle “poesie molto popolari”)

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sposi d'inverno

Questa notte farà freddo,

me lo dice il cielo

di cristallo nero.

Lo vedi come tremano

le stelle? Rientriamo.

La nostra vecchia casa

è tutto ciò che abbiamo

col solario grande esagerato

buono solo per l’estate,

ma affacciato sull’inverno,

adesso.

Poi c’è la camera nuziale

dietro la porta spessa in legno

con la culla pronta

accanto al nostro letto

e ha già il buon materasso

di foglie  di castagno.

Tu sei bella, grande e sana

e un giorno, spero presto,

avremo un bel bambino.

E noi staremo lì a vegliarlo,

la finestra col suo occhio

guarda il vicolo stretto.

Tanto tempo fa un angelo

ci è passato attraverso

ed era stato un ragazzino,

portato via dal vento pazzo

marzolino che gli rubò il respiro

e non ci fu nessuna cura

per farlo ritornare.

Tremi? Vuoi che dormiamo

in cucina? Ma la stufa è spenta

ormai da un pezzo. E la porta

dà sull’orto, assediato dalla brina.

Aveva ragione zia Paolina:

“Sposate a Primavera, non adesso.”

E sono stato solo io a volerlo,

asino che sono per amore,

e tu ora tremi…

 

 

 

 

 

 

La corsa

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la multicorsa

 

Tanto non mi muovo.

Quindi sto seduta

e per passare il tempo

penso e invento

e, come al solito

finisco nel delirio.

Fingo di ritornare.

E ci sarà un giorno

giusto nel clima

né caldo né freddo

in cui si aprirà la porta

e tutta l’aria del mondo

mi balzerà incontro

mi stringerà alle gambe

e mi trascinerà fuori

nella corsa del vento

come io facevo un tempo…

Scorrimento lento

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Falso fiume

Anni tutti uguali

sono questi,

le stagioni

che non lasciano

un segno, solo

caldo o freddo,

il mio inverno

senza fuoco

nel camino

e  l’estate

senza fiori.

Come un fiume

grigio e lento

scorre il tempo

e la foce

s’avvicina.

Tutto è divenire.

Fantasmi (non è vero, ma ci credo)

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fantasma

Tutto questo freddo

che sento

certe volte io penso

che non sia naturale.

Sai, certe correnti

gelate fra le gambe

come serpenti

a farmi star male.

Se io parlassi,

Dio ci scampi,

di fantasmi,

riderei per prima,

se non fossi sola,

qui, a tremare…