Tube beanti

donna della città

Credevo che la città

si risvegliasse presto

per farmi compagnia,

scamparmi dal silenzio,

invece se la dorme

malgrado me che vago

in cerca di un caffè,

quassù, nella cucina.

Tutto comincia dopo,

gli uffici sono chiusi,

anche la scuola è buia,

la gente arriva tardi,

non sosterà nessuno,

tutti di corsa e via…

Parlami tu, città,

ansando lavastrade

e autobus sbuffanti,

guarda verso il terrazzo,

convincimi a restare,

a non sentirmi sola,

con le trombe di Eustachio

beanti sul rumore

del mio perpetua affanno,

il battito del cuore.

O, vita mia, dove stai andando e fino a quando?

portatrice d'acqua

Ho un carico di sonno

e lo porto in bilico

sopra la testa

e mi pesa e mi pesa

verso la fronte

così che pian piano

mi fa chiudere gli occhi.

Però non si può,

dormire, dicevo,

perché è fuori orario,

e così non si fa.

Mi riaccomodo il cercine

d’intrecciata pazienza,

sterpi e lembi di sogni,

poi la grande stanchezza,

in perfetto equilibrio,

per non farla cadere

e, aspettando la notte,

mi rimetto in cammino,

con il collo ben dritto,

a sbirciare la meta,

oltre un monte lontano…

Il bar dell’angolo e il nottambulo innamorato

Polena da bar

La notte già svuota

i suoi lunghi intestini,

budelli intricati

di strade, destini,

di cieche appendici,

di vite sfinite.

Spegne le insegne

anche l’ultimo bar,

quello più in fondo,

quello che giri l’angolo

e poi vedi il mare,

tu sai quale,

proteso sul buio

come la prua

di una nave

pronta a salpare,

con la polena dipinta,

che porta corona,

corona di luna.

E io non so dove andare.

Mi ha buttato fuori

quel ragazzo gentile,

ma alto due metri,

che non è il caso

di litigare.

Riapre alle sei

e prepara i panini

per la gente normale,

che smonta dai turni

o va a lavorare

e vuole mangiare.

A chi lo dico, io, adesso,

che odio il mio letto,

che sembra una bara,

un sepolcro di ghiaccio

da quando è finita

quell’unica cosa

che mi dava la vita,

a chi lo racconto

che non voglio dormire

perché se la sogno

io posso morire?

Esercizio di insonnia

insonnia firmato

Luce accesa

Mi duole il cuore,

mano aperta sul petto

per dimostrare.

Un solo occhio aperto

mi guardi dubbioso,

ciclope irritante.

Dormire, dormire!

Luce spenta

Cataratte di ragnatele

ricoprono i vasti

soffitti della stanza

(quattro metri per quattro)

luce che filtra,

persiana bilenca,

occhi stanchi.

Ovunque pendono

funamboliche funi

e drappi di insonnia

per farmi scendere

da quest’ora infame

(le tre meno un quarto)

al non tempo del sonno,

ma adesso non posso.

Vorrei amarti ancóra,

ancorarmi alla boa

del tuo abbraccio possente.

Ma la tua schiena

mi sdraia contro

un silenzio indifferente.

Il tuo respiro parlato,

molto meno di un ronfo

e poco più di un sospiro,

si lega al mio fiato

così intimamente.

Catturo il tuo braccio inerte

e me lo drappeggio intorno

ancorandomi ancóra a te,

solo io consenziente.

Così non posso fuggire,

perché, se a volte il troppo

non sembra abbastanza,

certe notti ti accorgi

che il poco basta e avanza.

Luce naturale dell’alba


 

 

 

 

 

 

Angelo mio per te

notte stellata

Sono stata brava

tutto queso tempo

come una bambina

e molto ubbidiente.

Come ogni sera

si sdraia la notte

su un letto di stelle,

nera la veste,

bianca la pelle…

Anche io giaccio

e cerco di dormire

eppure non smetto

di fare quello

che mi hai detto:

“Continua a sperare!”

Come una fiamma

per te resta sveglio,

angelo mio sofferente,

il mio stanchissimo cuore,

ma è un cuore potente.