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Andiamo a Salò

By Poesia One Comment

Come si è denudato

l’amore,

con un colore di mummia,

l’estrema magrezza

e un piccolo fiore smarrito

a nascondere il sesso intirizzito!

Ed ogni suo passa sa di cantina…

Proviamo a scappare a Salò,

a rifarci i turbinati,

o in qualche altro posto

a rimpolpare le ossa

di questo sbiadito ricordo

catacombale.

 

Pomeriggio in casa

By Poesia 6 Comments

 

La tubizzata delirio

Adesso la solitudine

ha una voce di macchina,

tubi dell’acqua,

turbìne in cantina,

chissà. Respiri del nulla

e io qui da sola

con la mia voglia di dire,

riempire, riempire

il vuoto di un tempo

che più si prolunga,

più  perde senso.

Intanto che ascolto,

mi sento, respiro,

amo tossire, così,

tanto per fare…

Sottovoce racconto

alla  ventola chioccia,

noiosa ma fresca,

il nonsenso dell’essere

senza il capire.

Ballata triste della bambola Cristina

By Poesia 8 Comments

conversa

 

Avevo una bambola,

si chiamava Cristina.

Era bionda, aggraziata,

non ancora una donna

e non più una bambina.

Lei soffriva da sempre

di fragilità d’ossa,

non per qualche mia colpa,

ma per troppa finezza

del suo latteo biscuit.

La facemmo ballare

col suo roseo vestito

e conobbe l’amore,

sempre più dilaniata

da implacabile male.

Frantumato il bacino,

corse al pronto soccorso

sul carrello tv.

Interventi alle gambe,

fasciature di scotch.

Gli ondulati capelli,

ora simili a stoppa,

le cadevano a ciocche,

a mostrare lo sclapo,

cencio verde segnato

da corone di buchi

ed il suo fidanzato,

spaventato, fuggì.

Stava solo sdraiata,

ancor dolce nel viso,

capo e corpo occultati

da finissimi lini

rubacchiati al corredo

dalla nostra pietà.

Rinunciammo a un guanciale

per lasciarla dormire.

La andavamo a trovare

nel suo strano ospedale,

un ripiano d’armadio,

dietro all’ampia specchiera.

Era troppo lo strazio

nel vederla così.

Supplicai mia sorella

che potesse morire,

con il prete, i bei canti

ed un gran funerale.

L’amavamo, ci amava,

dopotutto era viva

e il coraggio mancò.

Ogni giorno di più

lei si mise a pregare,

sublimando il dolore

in crescente virtù.

Col bel cranio rasato

(dal suo capo perfetto

fu staccato lo straccio)

con la mia sottogonna

come candido saio,

entrò un giorno in clausura,

prese i voti, fu suora.

Non sapemmo più nulla,

non potemmo parlarle,

né vederla mai più.

Molto tempo è passato,

ma ogni tanto mi chiedo:

“Chissà quanti mai anni

ha vissuto in cantina,

la mia amata, la bella,

l’inviolata Cristina”?