Canto notturno della Berta maggiore

berta-maggiore

Pover Berta solitaria!

Ho urlato e pianto

spiccando selci dalle pietre

sporcando mare e litorale

col mio strano canto,

un po’ vagito in culla

un po’ roco rimpianto,

ah quanto forte, quanto vano!

Sola sulla scogliera

col destino accanto

e davvero nessuno

a sostenere il mio volo

come un benefico vento

a gonfiare le piume…

Mi rifugerò questa notte

fra le aguzze braccia

di silenti rocce,

caritatevoli orecchie

del tempo che non ode,

ma scava e frantuma

queste miserie umane.

 

 

Il vento della mia strada

vicolo del vento

Eccolo, è lui…

Da un muro all’altro

si lancia di notte

zigzagando la strada

per provocarsi tormento

e poter ululare.

Io lo conosco bene,

il vento,

ha sulle spalle

un mantello pesante

che spazza l’asfalto

e tutto raccoglie,

barattoli, carte, foglie

conglomerati di sporca

disperazione.

E grida il suo pianto

sibilando serpenti,

percuotendosi il petto

fino farlo suonare.

Corre impetuoso

nella gola di case,

un battito forte

di stanchi stivali,

poi apre le braccia

e riprende a volare.

Gabbiani

gabbiani

Gabbie di gabbiani appese al cielo.

Gabbie di gabbiani ammarano

sulla cresposità dell’onda.

Sono prigionieri!

Lo senti come piangono?

Il loro grido evade

la circolarità di fiamma

dell’orizzonte all’alba.

Lo senti come piangono?

Il loro grido lima

la nebbiosa finestra

del mio sonno incostante.

Sono prigioniera!

Il risveglio umiliato

dai sudori notturni

ed i polsi costretti

dentro i ceppi dell’ansia…

I polpacci formicolano

per la voglia di andare,

le braccia si spalancano

nella mimesi del volo.

Inerte agonia isometrica

la consapevolezza del Fato!

Ogni orizzonte inscatolato

da un cielo più lontano…

Lo senti come piangono?

L’infinità senza senso

ha ingabbiato i gabbiani.