Com’è difficile cantare…

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Quando sognavo l’Islanda,

ispirata dal ghiaccio e dal fuoco,

ero soprano e usignolo

ricamando spartiti di note

così alte da far sanguinare

i più puri, rompendogli il cuore,

morire felici, rinascere ancora…

Ma ora, che il nulla ci incalza,

oscurando ogni giorno il futuro,

ora, che Dio c’è lontano,

e la mente fatica a adorarlo

e a crederlo il buono fra i buoni,

or che il ruscello è palude

e marciscono  fiori di neve

sotto i passi  incerti, smarriti

di un primavera di tisi,

ora che le messi future,

abbattute a colpi di falce

reclinano i capi delusi,

lontani da padre e da madre,

rapinati di ciò che era certo,

giovinezza, vita, bellezza,

senza conoscere amore

e papaveri e risa e l’estate,

ora non canto, non spero, non rido,

soltanto aspetto e sospiro.

Oh, com’è lontana l’Islanda,

com’è lontano il bel canto,

or che non posso sognare!

 

L’ora di cena

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spaghetti e funerale

È l’ora della pastasciutta,

non m’importa di nient’altro,

o così sembra,

perché quando mangio

io non  penso.

Ma prima e dopo e sempre

io questo senso della vita

proprio non lo digerisco.

Tutto questo affanno,

lacrime e cipolle, il pasto,

risa e risotto  e pianto

nello stesso piatto bianco.

Tragica fisicità banale

di un anima mortale,

spaghetti e funerale.