Ballatetta per il mio paese

guido-in-cornice

Perch’i’ no spero di sfuggir giammai

ballatetta, a Toscana,

soddisfa la mia brama:

canta nei versi almeno

di quel bel luogo ameno

che mi nutriv’il core.

Tu canterai singulti di ruscelli

vividi guizzi e gracidii di rane,

e trilli mattinali degl’uccelli

passi leggeri, tocchi di campane

e scampanii di mandrie più lontane.

Ché tu non giunga odiosa

giova codesta chiosa:

giammai mi fu sgradito,

sul tosco mar, il sito

dell’esuli mie ore.

Io spero, ballatetta, che la sorte

non computi la vita che mi tocca

dagli anni già vissuti, né alla morte

mi consegni anzitempo, né alla bocca

cavi ‘l respir e al cor la speme sciocca

di tornare sui prati

un tempo calpestati

nei giochi di fanciulla

che danza e si trastulla

ignara del dolore.

Deh, ballatetta mia, a la tua pietade

affido il sogno mio di ritornare,

viva, io spero, o di fuggir dall’Ade

e al mio paese con l’anima restare,

teco eterni versi ‘n laud’  intonare.

Quando tu, Iride alata,

infin colà arrivata,

la permission chiederai,

grato asil’ otterrai,

umil pegno d’onore.

Tu, voce de’ miei versi deboletta

sfuggita al mio nostalgico rimpianto

parla di me, mia fida ballatetta,

fa che si’ amata e possa menar vanto

colei che luce diè all’ameno canto,

un’umile pastora

che a sera la dimora

dopo travaglio e duolo,

cammino su erto suolo

accoglie con amore.

 

 

Mezza minerale (amori di gioventù)

bottiglia

Rigurgita il verde già pregno

del breve stagno alluvionale…

Sento le prime rane a sera

già pazze d’amore cantare,

eppure marzo congela

gli orgiastici amplessi

nel rigore invernale.

Sul mio tavolo ordinato

come un chiaro altare

solo una mezza minerale,

acqua chiara e pura,

ma già morta di paura,

tranquillità emozionale.

Ah, poter tornare a bere

(e nuotare e gracidare)

là dove scorreva lenta

la mia torbidità vitale!

 

Piange la Primavara

Primaverafiorita

In equilibrio

su enormi zeppe

di giunchi intrecciati

rivestite di fiori

caracolla la Primavera.

La potresti incontrare

sui prati

inzuppati di fango,

più donna meno bambina,

coi capelli bagnati

di pioggia

a rimpiangere il sole

del primo mattino.

Con la candida veste

che ha rubato

all’aurora

incollata al suo corpo

tremante di vento

la potresti vedere…

Si siede sul bordo

del fosso, si china

a interrogare le rane

sul destino di morte

di gialle giunchiglie,

degli iris stremati

dei bianchi narcisi.

Si specchia nell’acqua,

la potresti vedere…

Pensa:

“Ero molto più bella

quando l’arcobaleno

mi cingeva la chioma!”

E piange più forte

e tu vedi che piove…