La molla

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Poi un giorno

mi si è rotto il cuore,

quello destro,

dice il mio dottore.

Io sento solo la fatica

persino di sognare.

E poi c’è quella molla,

troppo lunga

nel passo delle spire,

che non si è più riavvolta

a forza di caricare.

Io soltanto la vedo

e la posso toccare.

Sapessi come pende

verso il ventre

da uno squarcio

immateriale,

chirurgicamente inferto

dalla pietà e dall’amore

ogni dannata volta

che ti vedo soffrire!

 

Grigio piombo

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Beuta con cielo di piombo

Oggi mi è entrato dentro

tutto il piombo che colava

dalle nuvole del cielo

piombo scuro spesso fuso

che mi ha fuso i neuroni.

E tutti a farmi la diagnosi

di una brutta depressione.

Quale depressione?

Ho lavorato tutto il giorno

come un cane, esigo il diritto

di sentirmi uno straccio

e, siccome ultimamente

mi sono capitate tante cose

non dico brutte, dico disgustose,

se percepisco un movimento

come di tempesta intorno

e un inspiegabile tormento,

chiedo pietà a lorsignori

improvvisati dottori

e il permesso di tenermi

stretto il mio turbamento,

caso mai si trattasse

di un avvertimento…

Ἀσκληπιός (Asclepio)

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Pellegrina alla fonte di asclepio

Mi pare un miracolo

ma non è. È solo acqua,

una fonte millenaria,

che continua a sgorgare

e poi ci sono i capperi

con i loro grandi fiori

e io che voglio guarire

da ogni mio dolore.

O caro Asclepio di Kos,

ho salito tante scale

sotto questo arso sole

e ora sono qua e ti prego

di non farmi più soffrire.

Sacerdote di me stessa,

furtivamente mi aspergo

e mi sembra di rubare.

Io ti amo, dio dottore,

perché sei imperfetto,

e so che se ascoltassi,

ma non puoi, per pietà

mi vorresti esaudire,

tu lo sai che non serve

star male e infine morire

e di nascosto piangi

per noi, le tue creature.

La pietà del cielo

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L'espansione

Stanotte volevo evadere con forza

dal mio cielo falso di cartone,

trascendere pareti e muri neri,

aprire le mie braccia oltre l’insonnia

che mi legava il corpo al letto

e all’ossessione losca dei pensieri.

Stanotte mi volevo ri-Creare,

l’anima com’era e un corpo siderale

e mi vedevo spalancare l’ali

a toccare, non so dove, quando e quanto

l’universo e la pietà di un grande cielo.

Inverno al mare

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inverno-al-mare

Portami ancora laggiù

a dimenticarmi di me

in riva al mare.

Questa nebbia invernale

e l’amaro respiro dell’onda,

cancellando la forma,

mi faranno sparire,

niente qui resta

sulla rena sconvolta

dalla pietà delirante

del freddo maestrale.

Cammineremo le orme

dei passi passati,

calpestando ricordi,

senza poter ricordare,

compianti soltanto

dal grido dei gabbiani,

sotto il cappotto portando

la nudità del cuore stanco…

Sordità (la liceale)

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La liceale

E mio padre piangeva,

lacrime pudiche deluse

di orgoglio ferito

subito ingoiate

dalla voracità dell’occhio.

-Niente diploma, quest’anno

sarò proprio bocciata.-

-Com’è possibile questo?-

-Papà, non ho studiato

non ho nemmeno un voto.-

-Puoi rimediare adesso?-

-Non c’è tempo purtroppo…-

-Perché non ce lo hai detto?-

-Io ve l’ho gridato

…proprio non ce la faccio…

e voi non sentivate.-

-Ma tu non sei malata!-

-Non te ne accorgi, papà?

Sto molto, molto male,

ancora una parola

e presto sarò morta,

abbi un po’ di pietà!-

-Ma la mamma lo sa?-

-È questo che conta?

Se mi aiutassi, papà…-

-Farai due anni in uno,

figliola, siamo qua!-

Fate

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frattura prima falange firmato

Abbiate  pietà

della disperazione,

fate cattive

del destino,

che ad ogni gioia

mescolate sale,

acqua di pianto,

terra di cimitero.

Se il gabbiano

le al s’é spezzate,

lasciategli almeno

la notte per sognare…

Ballata triste della bambola Cristina

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conversa

 

Avevo una bambola,

si chiamava Cristina.

Era bionda, aggraziata,

non ancora una donna

e non più una bambina.

Lei soffriva da sempre

di fragilità d’ossa,

non per qualche mia colpa,

ma per troppa finezza

del suo latteo biscuit.

La facemmo ballare

col suo roseo vestito

e conobbe l’amore,

sempre più dilaniata

da implacabile male.

Frantumato il bacino,

corse al pronto soccorso

sul carrello tv.

Interventi alle gambe,

fasciature di scotch.

Gli ondulati capelli,

ora simili a stoppa,

le cadevano a ciocche,

a mostrare lo sclapo,

cencio verde segnato

da corone di buchi

ed il suo fidanzato,

spaventato, fuggì.

Stava solo sdraiata,

ancor dolce nel viso,

capo e corpo occultati

da finissimi lini

rubacchiati al corredo

dalla nostra pietà.

Rinunciammo a un guanciale

per lasciarla dormire.

La andavamo a trovare

nel suo strano ospedale,

un ripiano d’armadio,

dietro all’ampia specchiera.

Era troppo lo strazio

nel vederla così.

Supplicai mia sorella

che potesse morire,

con il prete, i bei canti

ed un gran funerale.

L’amavamo, ci amava,

dopotutto era viva

e il coraggio mancò.

Ogni giorno di più

lei si mise a pregare,

sublimando il dolore

in crescente virtù.

Col bel cranio rasato

(dal suo capo perfetto

fu staccato lo straccio)

con la mia sottogonna

come candido saio,

entrò un giorno in clausura,

prese i voti, fu suora.

Non sapemmo più nulla,

non potemmo parlarle,

né vederla mai più.

Molto tempo è passato,

ma ogni tanto mi chiedo:

“Chissà quanti mai anni

ha vissuto in cantina,

la mia amata, la bella,

l’inviolata Cristina”?

Lamento di una tomba (ossianicamente…)

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tomba

Quando la mia faccia

sarà una o slabbrata

con narici da clown triste

e occhi tondi spaventati

Quando la pietà del marmo

negherà al tuo chiaro sguardo

il mio sembiante disarticolato

di marionetta troppo magra

che nei vestiti larghi e stinti

esegue danze senza tempo

sulla solenne musica del vento

Quando dai nostri incontri

non privi di passioni

secernerai soltanto lacrime,

feconde di recise rose e viole

Quando mi mancheranno voce,

ispirazione, estro, sensi e tempo,

per convincerti ad amarmi,

allora mi vorrai, ma sarà tardi.