Al bar Galleria

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Lo sai che mi piace

trascinare le ossa

qua e là dentro ai bar,

una casta bohème

di caffè e di spuntini.

Però al bar Galleria

è una cosa speciale,

il suo piccolo mondo

un serraglio di vite,

confidenze ed amori

raccontati  di fretta,

tra l’ufficio ed il bus.

E sentirsi un po’a casa,

così uguali e diversi

nella bolla sospesa

fra invenzione e realtà,

così uguali e diversi,

un po’soli e un po’ no.

 

Finché ce ne sarà

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Oggi possiamo dirglielo,

a ’sto destino infame,

che noi non ci crediamo

che faccia tutto lui.

È solo un vagabondo,

che vive di espedienti

ben spesso millantando

poteri che non ha,

proprio come quei cani

che abbaiano fintando,

finché rimane chiuso

il cancello che protegge

la loro coda bassa,

un  segno biasimevole

di squallida viltà.

Crediamo appena al fatto

che l’esser messi al mondo

non sia soltanto un dono,

ma anche un forte rischio

di non provare gioie,

amori, feste e fasti,

ma stenti ed abbandono

e che per tutti quanti,

che siano re o bastardi,

la fine della strada

venga segnata sempre

dal marmo statuario,

o quello di Carrara,

o altra pietra o sasso

di bassa qualità.

Perciò, caro destino,

noi ce ne andiam cantando,

finché la voce in gola

non muore di stanchezza

e poi ricominciamo.

Giochiamo come bari,

vogliamo prender tutto

e farlo tutti i giorni,

o meglio a tutte l’ore.

Noi non ti lasceremo

tutti quei tempi morti

che l’ansia e la paura

sottraggono alla vita.

Noi siamo dei ribaldi,

pirati e masnadieri,

disposti a bere tutto,

purché ci sbronzi bene.

Ti sputeremo addosso

dall’alto eroico poggio,

che è anche il nostro abisso,

finché ce ne sarà…

 

 

L’orecchio destro, il profeta e il poeta

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Poeta in barchetta

Con l’orecchio destro sento

stridere le rondini in cielo

mentre il sinistro registra

correttamente il clangore

della caldaia condominiale.

Benvenuta sia la sordità

del mio muco influenzale!

Ho inventato un profeta

e l’ho messo per iscritto:

È un dismorfico diplope

cui l’occhio destro

ceruleo  ammicca e ride ,

mentre il sinistro piange

e a volte butta sangue.

Non gli somiglia forse

Il timido poeta

che se ne sta in disparte

e sempre si lamenta

d’amori e di tormenti

e intanto balla e canta

sull’onda dei suoi sogni

e dei più bei ricordi?

Governa la barchetta

di carta pieghettata,

sul fiume chiaro e scuro

che noi chiamiamo vita

va verso la cascata.

Sogno dinastico

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Il ragazzo e il faraone

Qualcosa di ferino

nel viso del faraone,

con quei suoi occhi lunghi

che guardano lontano,

la bocca, grande, molle,

che gronda di passione…

Chissà se ci è riuscito, lui,

a andare in quel suo mondo

dove godersi ancora

i banchetti col suo grano,

i lini e le sue spezie,

gli ori, gli onori e amori

che ebbe da sovrano?

Chissà se la sepoltura

col giusto orientamento,

i cartigli di preghiera

il pianto delle spose

gli ha dato vita eterna

e eterna conoscenza?

Dove è sepolto ormai

il varco temporale

che porta agli altri mondi

dove è proibito andare?

E io, che gli assomiglio,

almeno nel profilo,

che cosa dovrò fare

per essere divino?

Il parto

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Il parto

Dal gran fornice osceno,

partorisce i suoi mostri

il beffardo desino.

Premia a caso o punisce

senza merito o colpa

chi gli accoglie il puttino.

Non pensarci. Da adesso,

lascia scorrere i giorni…

Annaffiandoli d’’oro,

tutti questi dolori,

sai, la pioggia del tempo

li trasforma in ricordi,

in sospiri gli amori.