Scarpette

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Quante scarpette nella mia vita,

ora posate su questo scaffale,

così lontano dalla smania di andare…

Quelle marroni, con il fiocco di raso,

quasi correndo dal mio professore

arse nel rogo del  primo amore,

quelle d’argento della festa da ballo,

col vestito verdino di seta moiré,

e il caro ingegnere più grande di me

che la bocca bambina non seppe baciare,

quelle sbagliate per prendere il mare

col biondo ragazzo dagli gli occhi nel cielo

e parole di ghiaccio per farmi morire,

quelle da sposa col tacco sottile

e il passo da donna, per andare lontano…

Ma ora non so, perché quelle che indosso

fanno il cammino del quotidiano,

forse il colore e persino la forma

diventano belle quando noi le smettiamo.

 

Manichini

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Tutte queste vetrine in frantumi,

ragnatele taglienti di sogni

infranti e il buco  del sasso

nel mezzo: Furto con scasso

d’identità  e di passato.

E noi manichini qua dentro,

col cuore di legno, smarriti

dietro agli occhi dipinti e truccati

e i genitali nemmeno accennati,

la bocca di lacca coi denti

da latte piccini, baci mai dati,

passioni annientate. In saldo

tutti i nostri ricordi. Non fuggiremo,

infilzati sul nostro trespolo

da streghe impalate, sanguinando

il nostro niente fra i crampi alle gambe

e crolleremo un giorno dissanguati,

fantasmi di colla tarli e cartapesta

dietro alle saracinesche sghembe

chiuse infine per sempre.

 

Mattino da una finestra sul retro

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Geometrie da cortile,

minimalist squalor,

stile ed eccessi

di solitudine.

Intonaci grigi,

uno squillo di giallo,

un tubo che scende

e si porta laggiù.

L’orizzonte che stenta

fra ringhiere e camini ,

mentre un cielo di nebbia

si distende lassù.

E questo silenzio

di ovatta pesante,

il mio cerchio alla testa,

santità umana

di chi presto si desta

ed è senza virtù.

 

Equinozio d’autunno e piove

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Piogge equinoziali elidono

molecole di tempo stagionali.

Che cosa c’è da celebrare?

Non certo dei caduti nei fanghi

della storia, è solamente

un notevole giorno per il sole.

Come uno scalatore in ascesa,

è giunto allo Zenit dell’equatore,

un punto notevole geograficamente

anche per l’astronomo cultore.

Per il resto, non significa niente.

Qui lo dico e qui lo nego.

Perché è un giorno importante,

è così che si avvera il destino.

Il sole si avvita come un tralcio di vite

intorno al suo palo siderale,

finché arriverà a Vega.

E la Terra trascina, che gli corre intorno

girando su se stessa, pazza trottolina.

La terra dunque ascende, ascende

mentre gira intorno alla sua stella

e su se stessa,  incurante

del suo gravido ventre umano

che s’affanna. E ci trascina.

Tutto dunque va dove deve andare,

questo è il senso equinoziale,

che è un nonsenso che ci affida

alla terribile necessità di andare.

ovvero ad un unico fato universale.

 

Il giorno dell’ansia

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Oggi è uno di quei giorni

di tempo così espanso

che ogni minuto dura

un quarto d’ora, un tempo

di scorrimento lento,

come un fiume alla foce,

morte al rallentatore.

Il silenzio ha una connotazione

da esecuzione capitale,

un nodo scorsoio alla gola

senza poter  mai parlare.

C’è una calma in giro

senza colori e sentimenti,

un fine estate crepuscolare,

un tramonto senza gloria

né colore, senza voglia

o potere  di gridare,

laringectomia sacrificale,

un grigiore interiore

che vetrifica lo sguardo

nella cataratta di chi aspetta

senza poter vedere il mostro

della sua paura.

 

 

Open space

By | Poesia | No Comments

E adesso cosa faccio?

Dormite tutti in casa,

sdraiati dentro i sogni

coi visi sdolcinati

di grossi cherubini.

Persino il cagnolino,

da quanto è rilassato,

mi  pare uno zerbino

senz’ossa e volontà.

E io  vorrei, ma tanto,

avere un buon caffè,

e cereali dolci

con il mio latte freddo,

i ponti in carità

per transitare sveglia

dal sonno alla realtà

e sopportare meglio

quello che mi accadrà.

Io amo l’open space,

salvo che in certi giorni,

quando non c’è la sveglia

perché non si lavora

e l’ ospite contento

poltrisce a sazietà…

Veglia per un peloso amico (P.G.R.)

By | Poesia | No Comments

C’era la luna grande, quella notte a Livorno,

era sguaiata, discinta, spettinata

slabbrata sui contorni, come una donna sola

e molto disperata. Si affacciava alla soglia

di un cielo iperstellato e non so chi aspettasse,

ma aspettava.

Io zigzagavo in auto per un pastoso sonno,

in veglia per te, piccolo ladro del mio cuore,

mio cucciolotto da pochi mesi nato,

così malato da sembrare alato, come un angelo

che sta per ritornare là, donde fu mandato.

Così pregai la stella più vicina alla gran madre luna

che le dicesse all’orecchio di aspettare,

non aveva bisogno quanto me di quel tesoro,

garante della mia felicità e della stessa vita

di chi l’aveva accolto nella sua dimora.

Il mio tempo

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Mi  ero scelta il mio tempo,

solo un piccolo avanzo,

era il tempo del dopo.

Dopo aver provveduto,

con amore, s’intende,

a ogni mia obbligazione

da pagare alla vita,

avrei fatto quel viaggio,

avrei scritto quel libro

e cercato i parenti,

quelli mai conosciuti,

avrei dato una festa

e ti avrei risposato,

a metà  per amore

ed il resto per celia.

Sarei stata a New York

sorvolando le guglie

di quei cieli turriti.

Avrei fatto di tutto,

proprio tutto, ma dopo.

Io ora ci sguazzo,

nel mio dopo che è adesso

e mi sento ingannata,

mentre corrono i giorni,

quelli che non c’è dopo,

quelli che “sono stanca”

“sono stanca e malata!”