Tempi diversi

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C’è chi ha tempi diversi,

mentre il giorno è già alto

e la strada garrisce

con le rondini in cielo

di saluti e di voci:

La fermata del bus,

la posta, il mercato

con la coda ondulata

di troppe formiche…

(E che il gaudio di oggi

non diventi dolore!)

C’è chi resta nel letto,

soltanto a ascoltare,

c’è chi i timidi passi

può portare in terrazza

e pian piano si affaccia

e può anche guardare.

C’è chi aspetta il domani,

e sa già di guarire,

e per questo sorride,

c’è chi ha tempi più incerti

e può appena sperare,

c’è chi ha il lutto nel cuore

e, parlando all’amato,

come avendolo al fianco,

con le lacrime agli occhi,

gli sussurra in un soffio:

“Guarda, amore, c’è il sole!”

 

Uno uno venti venti

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Albeggia in azzurro puro

e già pare un fremito d’oro

un gabbiano in volo.

L’eco in o gutturale

di un lontano abbaiare

perfora lo spesso lucore

con un tunnel circolare.

Entra la prima aria annuale

nel mio lume bronchiale.

Tosse, sospiri, tremore,

un tè fra le mani notturne

con vapori clementi mi cura.

Il roseo pennello ad oriente,

già traccia la porta del giorno.

Per quanto tondo e profondo

sia questo assurdo silenzio

chi veglia comincia a sperare.

 

 

Sembrava primavera e invece è inverno

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Un bonsai e la sua ombra

Tutto è sorprendente,

ma niente ci sorprende.

Da quanto tempo a noi

non trema più nel cuore

l’embrione  dell’attesa,

il sogno, il desiderio?

Notizie dal terrazzo:

le gemme di tre rami

l’inverno traditore

dell’ultimo momento

ha congelato al vento

al piccolo bonsai

dell’olmo di Riccardo.

Ora è di nuovo spoglio,

proteso verso il cielo.

Se questo non è sperare,

di certo è somigliante

e il cuore mio dolente

già cerca di imparare…

Capodanno2018

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tempo lungo

La misura del tempo

è all’interno del cuore.

Il mio anno, signori,

è stato eterno

e così pesante

da curvarmi le spalle,

come potete vedere.

Mi ha levato il dono

della fata madrina

che fin dalla culla

mi dava la forza

di sperare

e trovare ogni giorno

uno scopo, qualcosa

da desiderare.

Ho passato il primo

del 2019

a dormire e pensare

a contemplare

il vuoto orrendo

che mi dilania dentro,

ho calpestato le ore,

consumato il divano,

ho gridato all’interno

senza sprecare

un filo di voce.

E sì… nel 2018

mi hanno fatto del male.

Tanto.

 

 

Aperitivo

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trombettista

Lui è tornato,

il trombettista stonato

di besame mucho,

e ha ampliato il repertorio,

dopo un mese e passa

in cui era sparito.

Suona all’angolo di casa mia,

stasera a quest’ora,

che, col fuso orario

di questa mia città

indolente da sempre,

è l’ora dell’aperitivo

e non ci sono santi.

Chi allatta, allatta al bar

e c’è un asilo nido

sotto il tendone rosso

al freddo di novembre

ed è pure strappato.

Come il musicista

sgangherato

rattoppa brani alla rinfusa,

pescando fra i buchi

della memoria ubriaca,

così fa l’anima guasta

e cerca nel passato

qualcosa di diverso

dal dolore

e non lo trova.

E suona quasi a morto

la campana della chiesa,

ma non potrebbe

adeguarsi, dico io,

a questa nostra volontà

disperata di sperare,

adeguarsi al nostro ritmo

e festeggiare?

 

 

Estate lenta

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La donna uccello

Appena il 19 agosto,

ti rendi conto?

Appare chiara

la melensa melma

di una sciropposa scia

di giorni non migliori,

non peggiori,

ma di attesa.

Aumenta l’umidità,

peraltro prevista,

di una stagione

che nasce

come brezza

sul mare

e tramonta

appiccicosa.

Quando ti lavi

e tamponi la faccia,

l’asciugamano

sa di guazza

e la melassa

di una tua promessa

non mi disseta

né mi rilassa.

Nella mia gabbia

vorrei cinguettare

come ci si aspetta

da una pennuta

preda graziosa

e piena di colore

che ben sa cantare.

Ma no! Tanto vale,

spuntami l’ale,

se non posso volare!

Lo so. Son cattiva

e capricciosa,

non dipende da te

lo stagnazione del tempo

e la punizione

di un futuro incerto.

La vita col vischio

mi ha catturato

e ha accecato

quella parte di me

che fu profeta

o, più semplicemente,

seppe sperare.

 

L’acacia

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Noi camminavamo

Il sei di maggio

camminavamo ancora a Tirrenia

e il mio corpo infranto

ogni tanto taceva.

Campanelle di acacia

appese alle corde dei rami

tintinnavano promesse

e lievità di dolci odori.

Come spesso mi accade,

mi sentivo svenire

per la vastità del cielo

e per la voglia rinata di sperare…

La voglia

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Bara del non detto

Zittita in me riposa

la voglia assai dolente

di dire cose oscure.

Come una bara muta

nascondo il mio dolore,

con manto di madonna

mi cingo il fianco nudo,

ascesi nel pudore,

il vero non ti svelo,

ti do quello che chiedi:

la grazia di sperare.

L’ennesimo ritorno dell’ennesima sera dell’ennesima primavera

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ragazzo in cammino con uova al tramonto

La primavera ce lo fa sapere…

Qui da noi cominci a vedere

piccoli gusci d’uova rotte

per la strade e senti il merlo

fischiare. Sono bei segni, amore,

e dovremmo sperare.

Eppure, tu sapessi, certe sere,

come m’incombe il rosso

del tramonto sul mare!

È uno strappo vivo nel cuore.

Angelo mio per te

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notte stellata

Sono stata brava

tutto queso tempo

come una bambina

e molto ubbidiente.

Come ogni sera

si sdraia la notte

su un letto di stelle,

nera la veste,

bianca la pelle…

Anche io giaccio

e cerco di dormire

eppure non smetto

di fare quello

che mi hai detto:

“Continua a sperare!”

Come una fiamma

per te resta sveglio,

angelo mio sofferente,

il mio stanchissimo cuore,

ma è un cuore potente.