I tre giorni di libeccio che vinsero la mia resilienza

libeccio

Dicono che quando il tempo

passa da una stagione all’altra

chi di solito soffre il vivere a vita

senta ancora più forte il gravame

della sua lunga condanna a morte.

Io non so se sono malata, ma il vento,

quello lungo dei tre giorni di tormento,

che porta in grembo il mutamento,

mi scaglia l’anima sui cornicioni

e la sfida ad affacciarsi, poveretta,

alla profondità degli orizzonti.

Intanto fa fuggire dalla stia dorata

un’implume voglia di vittoria armata

e mi lascia vuota sola disperata.

Helix

metamorfosi

Tiratemi fuori

dal mio mood di lattuga

che striscia di bava

il radicchio e la strada.

Malata da tanto

di un’astenia mucosa,

lenta, invischiata

nell’opacità dell’attesa,

se il sole risorto

tra poco mi scova

finirò disseccata

nell’erba più rada.

Sordità (la liceale)

La liceale

E mio padre piangeva,

lacrime pudiche deluse

di orgoglio ferito

subito ingoiate

dalla voracità dell’occhio.

-Niente diploma, quest’anno

sarò proprio bocciata.-

-Com’è possibile questo?-

-Papà, non ho studiato

non ho nemmeno un voto.-

-Puoi rimediare adesso?-

-Non c’è tempo purtroppo…-

-Perché non ce lo hai detto?-

-Io ve l’ho gridato

…proprio non ce la faccio…

e voi non sentivate.-

-Ma tu non sei malata!-

-Non te ne accorgi, papà?

Sto molto, molto male,

ancora una parola

e presto sarò morta,

abbi un po’ di pietà!-

-Ma la mamma lo sa?-

-È questo che conta?

Se mi aiutassi, papà…-

-Farai due anni in uno,

figliola, siamo qua!-