Com’è difficile cantare…

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Quando sognavo l’Islanda,

ispirata dal ghiaccio e dal fuoco,

ero soprano e usignolo

ricamando spartiti di note

così alte da far sanguinare

i più puri, rompendogli il cuore,

morire felici, rinascere ancora…

Ma ora, che il nulla ci incalza,

oscurando ogni giorno il futuro,

ora, che Dio c’è lontano,

e la mente fatica a adorarlo

e a crederlo il buono fra i buoni,

or che il ruscello è palude

e marciscono  fiori di neve

sotto i passi  incerti, smarriti

di un primavera di tisi,

ora che le messi future,

abbattute a colpi di falce

reclinano i capi delusi,

lontani da padre e da madre,

rapinati di ciò che era certo,

giovinezza, vita, bellezza,

senza conoscere amore

e papaveri e risa e l’estate,

ora non canto, non spero, non rido,

soltanto aspetto e sospiro.

Oh, com’è lontana l’Islanda,

com’è lontano il bel canto,

or che non posso sognare!

 

L’ultima Epifania

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la befana se ne va

Mi ricordo la Befana.

Abitava a Torino

Amava i cieli grigi

e il greve respirare

dei camini.

Si vestiva nella notte,

per questo non appaiava

i suoi calzini

e non li rammendava.

Non si pettinava.

Quell’anno a Natale

era andata molto male

ed avevo saputo

che Gesù Bambino

non sarebbe più tornato

per via del tutù azzurro

che volevo per ballare.

Lui mi portò la stoffa

e alla mia cara mamma

solo il tempo per cucire.

E venne l’Epifania

che tutte le feste

la porta via

(me lo disse mio padre.)

Così dal cortile,

nel freddo da paura

del mattino

e l’ossessione

di quei muri gialli

delle case popolari,

guardai il cielo di latta

con le nuvole appese

e le strisce di ghiaccio

pattinate dal gelo

e la sorpresi a volare,

sulla scopa sbilenca,

districando una strada

fra i rami nudi dei viali .

Fu un’epifania,

come spiegava la nonna,

che se ne intendeva

di chiesa e di parole,

e lo capii anch’io.

E mentre salutavo

e la indicavo a mia sorella

sparì dietro a una casa.

II sole dell’inverno,

intanto, lacrimava…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lo sguardo oltre (a Maria, con amore)

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ragazza di ghiaccio

Qualcosa di straniero

in me, nella mia bocca,

me lo dicono tutti, qui,

manco fossi in esilio.

E lo sguardo lontano,

come il tuo, madre cara,

col suo azzurro severo,

però molto più caldo,

coi riflesso del mare,

che ci mise mio padre

fino a che non fu verde

e con l’oro del sole.

Di qui non mi piace

l’indolenza scherzosa

e l’attesa di un giorno

in cui tutto migliori.

Noi, ragazze di ghiaccio,

occhi assenti per gli altri,

molto oltre a guardare,

gli mettiamo paura

anche senza parlare.

La memoria dell’acqua

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Giù dal Morteratsch

…Io, se potessi,

non sarei l’acqua

che scivola via

e nemmeno la trota

così lontana

dai quieti natali

di qualche pescaia…

Io sarei l’ombra,

la fronda pensosa

di ogni memoria

e porterei in seno

ogni ghiaccio, ogni onda,

ogni sasso, ogni passo,

ogni tiepido masso

alla valle sublime

del tempo mio estremo.

 

 

Grandine a sassate

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armaggeddon

 Ma come mai

mi s’invischia il corpo

nella pania

di nuovi dolori

e nell’estate

nemmeno sbocciata

scaglia il cielo

sassaiole di ghiaccio

prendendo di mira

quel che resta

del cuore?

Del mio armageddon

sono piccole prove…

 

Il cappotto

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Il cappotto

Oggi non indosserò

la primavera,

proprio

non me la sento.

Il cielo urla

parole di ghiaccio

e lega l’anima

con fili di brina.

Un cappotto pesante

è quello che metto,

dalle tasche bucate

ho perduto i ricordi,

la lana dei giorni,

le tarme del tempo…

Il mio tabarro

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Il tabarro

Manto azzurro

invernale

denso liquefatto

un po’ nube

un po’ ghiaccio

un po’ latte,

sulle spalle

del tempo

a coprire

i miei giorni

così uguali

da quando

un altro mantello

pesante,

un tabarro,

mi avvolge,

il senso di morte

che incombe.

La rara armonia

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Campanelli di ghiaccio

Tintinnano

campanelli di ghiaccio

sui rami invernali.

Passaggi di vento

e canti fino al cielo

e tanto di quel freddo dentro

che mai vorrei ascoltare.

Il cielo azzurro neve

non perdona

l’impurità del cuore

e vuole che nuda l’anima

qui si inginocchi

per non sprecare

la rara armonia

dell’inutile testardo

vano disilluso

ritornare.