L’ultima Epifania

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la befana se ne va

Mi ricordo la Befana.

Abitava a Torino

Amava i cieli grigi

e il greve respirare

dei camini.

Si vestiva nella notte,

per questo non appaiava

i suoi calzini

e non li rammendava.

Non si pettinava.

Quell’anno a Natale

era andata molto male

ed avevo saputo

che Gesù Bambino

non sarebbe più tornato

per via del tutù azzurro

che volevo per ballare.

Lui mi portò la stoffa

e alla mia cara mamma

solo il tempo per cucire.

E venne l’Epifania

che tutte le feste

la porta via

(me lo disse mio padre.)

Così dal cortile,

nel freddo da paura

del mattino

e l’ossessione

di quei muri gialli

delle case popolari,

guardai il cielo di latta

con le nuvole appese

e le strisce di ghiaccio

pattinate dal gelo

e la sorpresi a volare,

sulla scopa sbilenca,

districando una strada

fra i rami nudi dei viali .

Fu un’epifania,

come spiegava la nonna,

che se ne intendeva

di chiesa e di parole,

e lo capii anch’io.

E mentre salutavo

e la indicavo a mia sorella

sparì dietro a una casa.

II sole dell’inverno,

intanto, lacrimava…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ballare fu bello

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Bello danzar

Non è possibile

il ritorno al passato.

Lo sai che ho il senno stanco

e facilmente mi disoriento,

eppure sei tornato.

Tu, musicista disperato

che suoni un solo pezzo,

ogni anno migliorato,

non dovresti farmi questo,

illudermi che il tempo

da noi si sia fermato.

Smetti di suonare

besame mucho

specialmente sotto Natale

quando tutta la gente

ti viene a ascoltare

e ti regala un soldino,

sperando che il sogno

si sia infine avverato

e quest’orribile anno

non sia mai cominciato.

Dovresti capire in fretta

che non mi fa bene

nutrire i due mostri

che porto attaccati

ai capezzoli del cuore,

la nostalgia e il rimpianto,

con questo allattamento

di sdolcinata passione,

le stesse arie dei giorni

in cui  ballare fu bello

e così dolce l’amore…

Per la strada

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Per la strada

Lo snodarsi virtuoso

fra la vita e la morte

del cammino assegnato

senza mai sostare

alla taverna dell’orco

per ballare e ballare…

La linda casetta,

il bucato e l’arrosto,

ogni cosa al suo posto

e una noia mortale.

Bisogna cambiare,

saltare nel fosso,

senza vestiti addosso,

rotolarsi nel fango

e cantare, cantare…

Ali di paura

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ali-di-paura

Così per tutto il giorno

nascondemmo parole

con farfalle jacquard

e poi, verso sera,

musicando col plettro

paraventi di liriche soul

su chitarre roventi

di rosso tramonto

(lo steccato sul fondo

friniva di giallo

e pioveva pioveva)

ci levammo quel basco

che copriva i pensieri

e vedemmo apparire

sotto i piedi calzati,

che ballavano in viola

pavimenti crollati,

maledette, abissali

profezie e déjà vu.

Ballata triste della bambola Cristina

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conversa

 

Avevo una bambola,

si chiamava Cristina.

Era bionda, aggraziata,

non ancora una donna

e non più una bambina.

Lei soffriva da sempre

di fragilità d’ossa,

non per qualche mia colpa,

ma per troppa finezza

del suo latteo biscuit.

La facemmo ballare

col suo roseo vestito

e conobbe l’amore,

sempre più dilaniata

da implacabile male.

Frantumato il bacino,

corse al pronto soccorso

sul carrello tv.

Interventi alle gambe,

fasciature di scotch.

Gli ondulati capelli,

ora simili a stoppa,

le cadevano a ciocche,

a mostrare lo sclapo,

cencio verde segnato

da corone di buchi

ed il suo fidanzato,

spaventato, fuggì.

Stava solo sdraiata,

ancor dolce nel viso,

capo e corpo occultati

da finissimi lini

rubacchiati al corredo

dalla nostra pietà.

Rinunciammo a un guanciale

per lasciarla dormire.

La andavamo a trovare

nel suo strano ospedale,

un ripiano d’armadio,

dietro all’ampia specchiera.

Era troppo lo strazio

nel vederla così.

Supplicai mia sorella

che potesse morire,

con il prete, i bei canti

ed un gran funerale.

L’amavamo, ci amava,

dopotutto era viva

e il coraggio mancò.

Ogni giorno di più

lei si mise a pregare,

sublimando il dolore

in crescente virtù.

Col bel cranio rasato

(dal suo capo perfetto

fu staccato lo straccio)

con la mia sottogonna

come candido saio,

entrò un giorno in clausura,

prese i voti, fu suora.

Non sapemmo più nulla,

non potemmo parlarle,

né vederla mai più.

Molto tempo è passato,

ma ogni tanto mi chiedo:

“Chissà quanti mai anni

ha vissuto in cantina,

la mia amata, la bella,

l’inviolata Cristina”?