C’era la luna grande, quella notte a Livorno,

era sguaiata, discinta, spettinata

slabbrata sui contorni, come una donna sola

e molto disperata. Si affacciava alla soglia

di un cielo iperstellato e non so chi aspettasse,

ma aspettava.

Io zigzagavo in auto per un pastoso sonno,

in veglia per te, piccolo ladro del mio cuore,

mio cucciolotto da pochi mesi nato,

così malato da sembrare alato, come un angelo

che sta per ritornare là, donde fu mandato.

Così pregai la stella più vicina alla gran madre luna

che le dicesse all’orecchio di aspettare,

non aveva bisogno quanto me di quel tesoro,

garante della mia felicità e della stessa vita

di chi l’aveva accolto nella sua dimora.

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