Il vicino di casa

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il vicino di casa

E poi, dopo giorni

veramente duri,

caro vicino,

col piccolo cane

con cui passeggi

la tua solitudine

sui freschi viali

di una città di mare,

il mattino,

caro vicino,

mi arrivi tu,

col tuo sorriso

sempre più disilluso

e, ben informato

su tutti i miei mali,

mi consegni così.,

fra la fretta di strada,

il marciapiede,

e la cristallizzazione

della portiera dell’auto

che già si chiude,

perché me ne vado,

mi consegni così,

col tuo sguardo

disarmante disarmato

annacquato,

la voglia e il motivo

per trovare un sorriso:

“Si vogli bene, mia cara!”

e riguadagni la porta di casa.

Vorrei dormire

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il cuscino della donna vitruviana nella notte

Vorrei che si chiudesse

la cortina della notte,

io dentro, il resto fuori,

ma c’è ancora quel rumore

e il gabbiano piange il mare.

Per il resto, non va poi così male:

il novilunio già mi oscura,

nemmeno una canzone

canta la strada, tace la paura.

La dodicesima casa (stagnazione)

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Palle grigie perlate con donna vitruviana inclusa

La staticità incredibile

di un mattino senza vento

vero miracolo è il respiro

in questa bolla di resina

che si sta opacizzando.

Anche il rumore di strada

irreale per quanto è lontano,

i fori roventi del fischio dei merli,

l’istante che non passa

e l’attesa protratta infinita

della dodicesima casa.

Noia profonda

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noia esistenziale fumetto

Mentre mi annoio

provo rimpianto

per le ore perdute

che, se le sommo,

fanno i miei anni.

Ore di tedio,

che oggi detesto,

che implorerò in cambio

del negato domani,

alla meta del viaggio,

né mai torneranno.

Il vischioso languore

dell’estivo imbrunire,

i rumori guardinghi

di questo sobborgo

ambìto da molti

e cha a me sa di tomba,

nonostante il mare,

i confini della strada,

il muro in mattoni

della casa di fronte

che tinge di rosso

i miei falsi tramonti,

il cancello, la palma,

le mezze parole:

tutto questo mio male,

calcinaccio in rovina

di un crollo morale,

varrà quanto l’oro

se, in fondo al respiro,

non troverò il fiato

di un nuovo minuto

per potermi annoiare.

 

 

 

 

 

 

La città della solitudine

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cappotto in città

Lo so io quanto pesa sulle spalle

questo cappotto che mi trascina via

prendendo vento dalla mia tristezza,

perpetuo inverno della vita mia.

La sola cosa che so fare adesso

è camminare silente in afasia.

La strada è lunga e molto solitaria,

a quanto pare il sole è artificiale,

solo grappoli di luci senza festa

e silenzi dell’anima e del cuore,

neve del tempo, ricordi, nostalgia…

Ore ventuno e venti

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Persona astratto

Scusa, volevo dire

che sono più delle nove,

le ventuno e venti

per essere precisa.

E non tirarmi così,

in questa raffinata tortura

antica come Ettore e Achille,

legata al tuo carro

lungo la rovinosa

strada del destino,

i miei fragili polsi

e la testa già immersi

nel  sangue dorato

dell’occaso,

io, obolo estremo

di un amore sfinito

e le caviglie sottili

coi piedi in cammino

verso l’oriente

e il suo sole nascente.

Mi spezzerò presto

per questa agonia

che da tempo mi è vita…

L’attesa

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Le casette della tintoria

Rotola il fumo grigio

dal gran camino grigio

per poi sfumare in cielo

tingendosi di azzurro

tingendolo di grigio

È questa la mia strada

la vedo così stretta

come cucita in fondo,

è grigio contro grigio:

I bordi dell’attesa

slabbrati dalla noia

tirati all’orizzonte

per non vedere in alto

se esiste un paradiso…

 

 

 

Dopo le feste, i vivi

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donnasunero

I gioielli falsi di vetro

che speravano gloria

nel capodanno almeno,

dalle vetrine del tabaccaio

brillano tristi al neon.

Triste l’abete ancora acceso

si sporge da un  balcone,

la casa buia dietro.

Triste s’affaccia il cimitero

che fiorisce di lumini

lungo la strada verso casa,

lì, dove la rotatoria snoda

la nostra lenta attesa,

ma siamo ancora vivi.

Rotatoria

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crashtest

Tu guidi muto

come un manichino

del crash test.

Oscilla la testa

non si sa se dici sì

o dici di no.

La malagevole strada

ci rimanda a secchiate

quel che cade dal cielo.

Perché piove forte,

sordo il tempo all’urlo

dei  tergicristallo

e alla loro usura.

Non c’è la possono fare.

Il cielo è così nero…

Come un branco di lupi

si avventa

a sfiancare d’acqua

il ventre scarno

della collina.

Ah, poter fuggire la noia!

Datemi una rotatoria,

voglio cambiare strada,

vita, tempo, dimensione.

 

 

 

 

 

Il vento della mia strada

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vicolo del vento

Eccolo, è lui…

Da un muro all’altro

si lancia di notte

zigzagando la strada

per provocarsi tormento

e poter ululare.

Io lo conosco bene,

il vento,

ha sulle spalle

un mantello pesante

che spazza l’asfalto

e tutto raccoglie,

barattoli, carte, foglie

conglomerati di sporca

disperazione.

E grida il suo pianto

sibilando serpenti,

percuotendosi il petto

fino farlo suonare.

Corre impetuoso

nella gola di case,

un battito forte

di stanchi stivali,

poi apre le braccia

e riprende a volare.