Supplica baudelairiana

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internochiesacomofantasmatica

 

Ah! Insensata Brigitta

che hai fatto lo sgambetto alla tua vita

e sei finita giù, giù, giù.

Potesse risvegliarti il lieve tocco

delle dita di tua madre

che t’accarezzano il viso di cera,

falene disperate!

La senti come piange?

Ti ha amato. Le manchi.

Ah! La morte, bestia impudica

che leccava il tuo sangue,

china sull’asfalto bagnato.

Godeva. E rideva, rideva. Che iena!

Sapessi quanta folla hai radunato

nella piazza dell’ultimo teatro.

Bella gente! Sfaccendati, curiosi, morbosi.

Un successo. Qualcuno ha vomitato.

Ma adesso, sorgi dal lettino di marmo!

Troppo stretto per te, troppo freddo.

Sarà lunga la notte all’obitorio,

in mezzo a quei due vecchi stecchiti

con gli abiti neri ammuffiti.

Senza Bobo, l’orsacchiotto lilla

con le orecchie rosa consumate.

E tu sei bella nel vestito lungo bianco,

ricoperta di fiori. Sembri la Primavera.

Dai! Stringi la mano di tuo padre

che ti aiuta ad alzarti.

Lo so. Quel giorno aveva fretta

e non ti ha voluto ascoltare.

Però, oggi, il tempo l’ha trovato.

Brigitta, perché l’hai fatto?

Per un misero bacio del perdono

che troppo ti è mancato?

Su, non essere cattiva.

Tra poco se ne andranno.

Torna a casa con loro.

Li senti come piangono?

Sono pronta a giurarlo:

li hai puniti abbastanza.

 

 

 

I tempi del Jazz

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degas tre

Ti ricordi i nostri aperitivi tristi

e la certezza che mai più

saremmo ritornati?

Era quel bar sull’angolo, la sera

che non faceva affari

e suonavano un buon jazz

e noi, chissà perché,

ci sentivamo morire.

Era gentile, il cameriere

accendeva la lampada viola

nell’ombra ci faceva sedere.

E c’era il vecchio artista,

che era stato grande

che canticchiava piano

con la sua voce nera

quasi senza farsi sentire,

ma sapevamo chi era.

E beveva il suo vino

con moderazione

e si mangiava un panino,

la cena.
Quanto è durato?

Una, due volte, forse tre, mi pare

e mai più, mai più ritornare.

Come sarà

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angelostellatofirmato

Danze mutate in volo

Tutte le città di notte

Tu che non mi vuoi amare

Calzini corti rosa

Sandali di suede nero

Mi parla un uomo bleso

Il mio dottore non mi cura

Stradina senza sbocco

Muri di pietra grigia

Mazzi di rose rosse

Com’è vicina l’alba

Tetti sporgenti acuti

Angeli di marmo in alto

La cura

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aranciatasanguinello

Ichirogamaim.

Trascinatemi là, per favore

quando mi rotolerò per terra

gemendo di dolore.

Ve lo chiedo da adesso

perché, dopo,

non saprò più parlare.

E dovrete far presto

prima che mi perda

nel silenzioso orrore

di una quieta follia.

Non abbiate paura.

Diventerò una piccola cosa,

una spazzola per vestiti

con le setole grigie

abitate da ragni neri.

Così infetta sarà la mia mente,

così infetti i pensieri.

Nel mio sangue infermo

raccolto in una zuppiera

caritatevole

di plastica verde

galleggerò quietamente.

O diventerò un gomitolo

di lana usata rossa

che più non si dipana

in pensieri.

Troppo infeltrita la mente,

troppo infeltrita la vita…

Haiku

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ondaverdeduefirmata

Strano mare oggi a Tirrenia, colorato di tempesta e di alghe. Le onde galoppavano in tutte le direzioni, con effetti particolari…
(Sullo sfondo è visibile la Gorgona)

Haiku

Un’onda verde
attraversando il mare
nel sole appare

Dall’ortopedico (sceneggiatura breve)

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uomo in nero

 

SCENA PRIMA: Interno. La sala d’aspetto di un ambulatorio medico.

 Si apre la porta di uno degli studi e si affaccia l’ortopedico.

 Musica ambient, lieve brusio di voci.

 ORTOPEDICO

 Avanti il prossimo.

 SCENA SECONDA: L’uomo in nero si alza. Di alta statura, ha

 i capelli castano ramati che gli scendono sulle spalle, un

 cappotto lungo quasi fino ai piedi. Sul pavimento a scacchi

 bianchi e neri spiccano i suoi stivali, lucidi, dalla forma

 rigida, sollevati sulla punta come se fossero vuoti.

Rumore di passi pesanti.

 SCENA TERZA: Interno. Lo studio di un ortopedico.

 ORTOPEDICO

 La prego, si sieda. Mi può ripetere il suo nome e dirmi quanti anni ha?

 UOMO IN NERO

 (Sedendosi) Mi chiamo Sammael Dugonics. Noi nomadi non conosciamo

 con precisione la nostra data di nascita.

 ORTOPEDICO

 (sollevando lo sguardo per osservarlo meglio)

 Direi che se scrivo trenta, non sbaglio di molto. Domicilio?

 UOMO IN NERO

Non ho fissa dimora. Attualmente risiedo al Grand Hotel Palace.

 ORTOPEDICO

 Mi dica pure: qual è il suo problema?

 UOMO IN NERO

 Voglio sapere se c’è un rimedio per la deformità dei miei piedi…

 ORTOPEDICO

 (Annusa l’aria infilandosi con espressione perplessa i guanti)

 Si accomodi di là, sul lettino… Lei, per caso, soffre di eczema?

 UOMO IN NERO

 Non ne ho mai sofferto. Che cosa glie lo fa credere?

 ORTOPEDICO

 Sento un forte odore di lozioni medicamentose… allo zolfo.

 UOMO IN NERO

 (Sorride sardonico avviandosi verso il paravento)

 Shampooing anti forfora, dottore. Ai capelli ci tengo.

 SCENA TERZA: Interno, parte dello studio, dietro al paravento.

 L’uomo in nero, seduto sul lettino, si sfila un solo stivale

 e si tira su la gamba di un pantalone. L’ortopedico fatica molto a

 dissimulare lo stupore mentre osserva una zampa pelosa, che

 termina col piede caprino, a zoccolo fesso.

 UOMO IN NERO

 Allora, dottore, adesso ha capito?

 ORTOPEDICO

 (Con voce malferma.) In questi casi la chirurgia sarebbe troppo

 invasiva…  si dovrebbe amputare. Un arto, caro signore, per quanto

 deforme, ci serve meglio di una bellissima protesi. Potremmo

 studiare un presidio ortopedico permanente, ancorato… allo zocc…

 ancorato al supporto corneo!

UOMO IN NERO

(Deluso, stizzito) Quanto la fa lunga dottore! Io sono Satana,

 Belzebù, il diavolo, il Maligno, come preferisce, e sono qui per

 proporle un patto.

Una sbirciatina dentro

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una sbirciatina dentro

Rotolando fra i pensieri insonni,

offerta il petto alla notte

che mi dilania

e trascinata dentro il gorgo

di un oblio selvaggio

non privo di abbandono,

giù, giù, sempre più giù,

ridendo di dolore,

oltre i confini della mente

oltre la ragione…