L’ombelico perduto

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Sono tornata qui con la mente,

paese mio che m’hai tradito

e distrutto e vanificato.

Qui, dove un tempo

respirava col tuo ventre teso

l’ombelico del mondo,

proprio il centro perfetto,

dell’origine del tempo,

mio e di tutto il resto.

Sì, poiché più non ti sento

come il meglio

di ciò che chiamo eterno,

né ti desidero, né ti amo,

né più vorrei ritornare,

son venuta a raschiare

dalla grigia roccia degli alpini,

che fu un tempo la cicatrice

del divenire,

con le unghie dell’ansia

fra i tuoi licheni crostosi,

per ritrovare qualcosa,

un frammento di cielo caduto,

lo smeraldo in una goccia

di rugiada, una speranza

almeno, per ricominciare.

 

Famedio

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Mamma mia

come siam brutti!

Mai come adesso

l’uomo deforme

può guardarsi

allo specchio…

I cocci trasparenti

del suo vano

apparire perfetto

si son fatti infine

opache teste di gesso

rotolate senza gloria

nella verità cruda

della vera storia.

E l’eroe di un tempo

appare reo inconfesso.

 

Autopsia di un desiderio

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Colpa di chi, ì, ì

se sento quest’eco,

se penso a un bel sogno?

Volevo soltanto

una pausa ai miei giorni

e poi ritornare,

con gli occhi di mare

e la pelle dorata,

già pronta a espiare.

E adesso non so

se vorrò più partire,

gravata nel cuore

dai vostri presagi,

la schiena già curva

di danni e di anni

e le vostre radici

a farmi inciampare

sul sentiero del dubbio,

tortuoso e straniero.

Grazie, ma grazie,

amici solerti,

per cui la speranza

è fonte di danno!

Affidatemi dunque

a medici esperti

con l’autoptico ghigno

già chino sul cancro

dell’estremo sconforto

di chi è già morto dentro!

 

Nota: L’immagine che ho scelto per illustrare questa mia poesia è un acquerello di Riccardo Scarpellini, che mi è sembrato particolarmente adatto ad  esprimere lo sgomento di un’ anima tormentata.

 

 

 

Vedere col naso

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Tiglio di città, se non ci fossi tu…

Abbarbicato alla speranza

come me, a suggere una vita

che non c’è nel nero asfalto

di questa triste umanità…

Se non ci fossi tu, come farei,

senza guardare in strada

verso l’angolo del chiosco

dei giornali, a capire dall’odore,

che si insinua dolce nelle nari,

che giugno avanza, pur nel grigio

cielo di giorni sempre uguali

e che l’estate s’annuncia

nella tua chioma fitta di fiori?

Nota: Con grande simpatia dedico questa poesia all’amica Ale Marcotti, mentre vi propongo di leggere questo suo bellissimo articolo “Come una maglia prestata”  in cui ho rilevato alcune affinità col mio scritto, relative  alla suggestione “visiva” dell’olfatto. 

 

 

Chiappanuvoli

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Consulto l’I Ching

e ne provo sgomento.

Il responso è tremendo,

tanto già lo sapevo.

A che servirà, adesso,

esclamare con voce

sprezzante di sfida,

albagia ed alterigia:

“Tanto io non ci credo?”

Nulla può il mio berciare

contro un triste destino,

raccontato ogni giorno

dal mio corpo in declino,

dalle notti di veglia,

dalla voglia di mare

senza avere la forza

per alzarmi ed andare…

Ed i sogni penosi

con i morti pietosi,

appena alzati dal sonno,

che mi fanno coraggio

e anche tanta paura…

 

Equestre su notes elettronico (Costa Smeralda)

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Quella sera sul mio notes

disegnasti per me

un cavallino, il silenzio

di un nitrito lontano,

in tre tratti un ritratto.

Le certezze sprezzanti

della nostra gioventù

che ci consumò presto,

la vita che, galoppando,

ci portò qui, dove siamo,

vicini alla meta,

tenendoci per mano.

 

 

 

 

 

Malattia

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Quando la sera ormai

scioglie i miei nodi in pianto,

credendo di curarmi

e non lo fa, io piango.

Forse sarà il mio fianco

a darmi tanta pena,

come chi sta gridando

per la sua libertà.

Lontana è la speranza

quando, concluso il giorno,

nulla è mutato ancora,

con le catene addosso

e il sole se ne va…

 

Con questo cielo domani pioverà

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Traspaiono le fate

al di là di questo cielo

non azzurro, non sereno,

ma dipinto di mistero.

Ci fu un tempo, da bambina,

in cui credevo per davvero

al dominio di un occulto

sopramondo straniero.

Io vivevo serena

e non temevo,

sicura com’ ero

del potere più grande

della fata madrina

e del trionfo finale

del bene sulle streghe

cattive e sul male.

Ah, come vorrei essere ora

quella pura creatura

e crederci ancora!

 

L’acquario cinese

By | Poesia, Senza categoria | No Comments

Sotto un cielo

piatto di gesso,

il soffitto, tre pesci

nuotano in tondo

e guardano “il mondo”

con occhi basedowiani.

Credono di specchiarsi

nel chiarore calmo

dell’acqua, la cui fonte

per loro è un mistero,

ingannandosi.

Dipinti sulle pareti

del vaso white bone China

i loro alter ego cinesi.

Anche l’alga del fondo

è piatta e purtroppo

non la si può brucare.

Il loro dio ha forma di mano

e ogni giorno si manifesta

e li nutre con cibo

leggero che vola

e sull’onda si posa.

Forse son già in paradiso,

o stanno nuotando

verso l’estrema illusione

di raggiungerlo infine

in un tempo lontano…