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Scintigrafia

By Poesia 13 Comments

Finestra delle quattro e trentadue

con quell’albero grosso

e la mia voglia di dormire,

silenzio ospedaliero

e luce artificiale,

l’artiglio della morte

addormentato,

l’ossigeno che va

per l’albeggiare…

 

Embolia

By Poesia No Comments

Braccia ospedaliere

si dibattono

con i loro strani fiori

peduncolati in cannule

ovari i di coaguli

epidermici plissè

di petali. E musica

di flebo trombolitica

festini di prelievi

per orge fra cadaveri

in albe un po’ drammatiche…

 

Il sapore del sabato

By Poesia 3 Comments

 

Il sabato intenso di sigaretta

fin dal mattino più fumo,

noi a scuola lo stesso, a casa mio padre,

la mamma casalinga da sempre,

le labbra intense viola ciclamino,

marchiate (da donna, da madre,

da signora?) come volle il destino

e in mezzo, ma non sempre,

una briciola di tabacco che pende.

Serraglio e Camel mia madre fumava

e poi, poverina, ansimava

con gli occhi intensi di ghiaccio

intesi a sfidare l’altrui cedimento,

il suo, certo, no.

Mio padre, invece, non aveva la bocca.

Lui aveva baffi bizzarri. Di uno strano tono,

mimesi interessante della sua divisa

da fatica, verde bruna, di fante.

Lui fumava nazionali. Fedele, costante.

Un’intensa aura di divinità sovrastante.

Un guerriero, un cavaliere, un papà.

Niente di servile, all’orizzonte,

solo le sue verità.

Cavalcava una Vespa

colore dell’acqua marina

che fendeva volando guardinga

il ponte lungo del Centa,

col grappolo umano contento:

Il centauro, la figlia più grande

seduta, io in piedi davanti

a sperare, in attesa che un giorno

sarei stata l’amazzone in sella.

E tutto quello che doveva succedere

è già successo, adesso.

Brutta sensazione!

Ho preso quattro in ginnastica,

non so scalare la pertica,

sono brava in latino, sono brava papà.

La sorella sposa che se ne va.

Poi un girotondo sempre più teso,

dissonanze nel concerto grosso

che ci piaceva tanto, qualcosa di storto,

un violino furioso, un violoncello offensivo

e la tosse ostinata al mattino.

Non è più la stessa musica, mamma,

che la tua artrosi suonava penosa

e io a volte fingo, ma arrivo fino a Satie,

poi non mi piace più quasi niente…

Ma dove corre la tua mente, papà?

E dopo, catartici, agri a metà,

i lunghi anni di dolore e pietà.

 

Nudo femminile

By Poesia 8 Comments

Quante di me

nudità tu vedesti?

Le mie fonti, assetato,

di giovane ninfa

anelasti ed accolto

fra i miei seni moristi,

per risorgere nuovo

al divino connubio.

I miei lombi dischiusi

come petali estivi

tu vedesti scostarsi

e con mani commosse

accogliesti tuo figlio

e l’odore di vita

come fiera fiutasti.

Oh, felice animale!

Che momento fu quello!

Piangevamo ridendo

con i baci sgranati

fra i magnifici denti.

Per lunghissimi anni,

l’amore fluendo,

io fui la tua donna,

con la pelle ben tesa

ed il petto fiorente

e mi avesti al tuo fianco,

così forti e felici

e io così bella

e la ὕβρις sfrontata

da sfidare il divino.

E la νέμεσις eterna

alla fine arrivò

e mi prese le carni,

la mia polpa violata

coi suoi morsi staccò.

Il mio corpo corrotto

or sostiene il tuo sguardo,

il tuo ciglio velato

di dolore e pietà.

Ah, gli amplessi dei corpi

or ridotti a un sospiro!

Or le mani soltanto

tu mi stringi di notte

con amore infinito

e a me misera doni

un’eletta beltà.

Certe volte mi baci

appoggiando la bocca

alle labbra anelanti,

mi ci soffi il tuo fiato

mente imploro in affanno:

“Dammi ancora la vita,

un minuto, pietà…”

 

Albenga, il tramonto e la sciarpa rosa

By Poesia No Comments

Non credevo che il tramonto fosse

così lungo. Una sciarpa di lana

soffocante, per bambina, lavorata a mano e rosa

che da qualche parte s’è impigliata. Forse a un pruno.

E tu che vai, perché ti fai i tuoi passi, quelli che devi fare.

Né più né meno, come quando accarezzavi i gatti

senza amarli affatto. Solo adesso li ami e lo sai,

forse il senso è solo questo, dell’andare. Stretta,

come la corda al collo di una capretta e il pastore

che la tira perché ha fretta e le dà un pezzo di mela,

così mi pare, e intanto mi ricordo, o mio tramonto,

che le oche sono state molto alte per me, enormi

e molto spaventose, ma succedeva all’alba breve

e c’era, in fondo, il mare ingauno della Gallinara

e la sciarpa, la sciarpa non stringeva, eppure c’era.

 

Sul mare dell’inverno

By Poesia 5 Comments

È da una settimana

che ci penso

e più non riesco a dire

se sia pietrisco rosa

o briciole di sogni

o sperso d’api polline

che quando va bottina…

È desiderio forse

che in giro si sciorina,

ma più non pesa il tanto

che serva per la vita,

la mia motivazione

prima che sia finita,

la polvere per ali

che mi mantenga in volo

il tempo che servirebbe

per una lunga vita.

Non resta più attaccata

la polvere di stelle,

alla mia pelle arsa,

non vibra più la luce,

non nascono i colori,

resta un afrore grigio

su piuma appesantita,

come un gabbiano emerso,

sul mare dell’inverno,

da morte solitaria,

che va ma non respira.

 

La sposa

By Poesia 4 Comments

Mi vestirò quel giorno

con vesti sottili,

drappeggiati amanti

nelle mie carni, mani sonore

di violoncello.

E per volare,

sul battito forte del cuore,

fughe rincorse di organo

in volte di chiesa.

Sarò la sposa del vento

e dal tempo, cantando anch’io,

me ne uscirò leggera.

 

Pomeriggio malato

By Poesia 2 Comments

Il sole sembrava una cisti

che ispessiva un cielo coperto.

Infatti, è esploso sul tardi,

debordando a causa del vento

e ha sporcato qua e là sopra i tetti

precedendo di poco il tramonto.

Ascoltavo la morte tossire,

incapace di dirmi fra quanto

e tornavo fra i miseri cenci

di una vita pezzente e paziente

a guardare dai vetri sporchetti

quella sfera armillare in gramaglie

dove ruota il dolore soltanto.

 

Povera domenica

By Poesia 2 Comments

Suona il salterio

questo piccolo vento,

sezionando in cristalli

un freddissimo cielo

in splendori d’aprile,

anomalie di silenzio

ovattando le orecchie

sempre tese a captare

il rumore normale

della vita che va.

Non ci sono gabbiani,

tace il tetto ed al suolo

solo asfalto e abbandono.

La domenica qui

pare proprio un deserto,

non importa per quanto

la campana del duomo

ha chiamato e chiamato

le sopite virtù

di una fede ormai morta,

di una Pasqua che fu.

Ma qualcosa si muove,

rattrappito dal gelo,

stracci sporchi sciorina

un risveglio a fatica,

sotto il portico scuro,

sulla panca di pietra,

sui gradini maestosi

dell’ufficio postale.

L’ungherese sta bene,

gli altri ancora non so.

 

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