Questioni d’età

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Vorrei essere più vecchia,

almeno di dieci anni,

per creare sintonia

fra il corpo malandato

e l’altra me che vuol volare,

fra intrecci complicati

di rondini in amore

ed essere di nuovo

il giglio della sabbia

o la ginestra in fiore,

il gabbiano che si tuffa

dall’alto della roccia

o la sua preda furba,

quel pesce blu e d’argento

che riesce con un guizzo

a uscirgli fuor dal becco

e a inabissarsi ancora,

felice dell’abisso…

Se fossi Crono, il tempo

mi mangerei la Terra,

come un’anguria tonda,

tanto m’è caro il succo,

la dolce vita rossa,

che cola dalla bocca

di chi può amare ancora.

Ma sono questa mummia,

più giovane all’interno,

seduta sulla barca

che Ra, dio del tramonto,

conduce in fondo al mare.

 

Frattali bianchi

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Quando sembrano narcisi

quei frattali

che l’assistente virtuale

mi propone

mentre aspetto

la tua telefonata

con il cuore emozionato

-e la mente dovrebbe lavorare-

in mattine, insomma,

come questa,

passate in penitenza,

io mi accorgo, e lo detesto,

che un’altra primavera

rinasce tutto intorno,

a mio dispetto.

Solo il mio prato

è arido e divelto,

coperto a tratti

da un po’ di ghiaccio sporco

e vola intorno un corvo

al mio camino spento,

gracchiando al cielo grigio

che sei andata, un giorno

e non farai ritorno…

 

Il nemico

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A te non lo racconto,

che tanto non capisci.

Lo dico alle finestre,

a questi muri chiusi,

all’antro delle notti,

graffite dalle fiere

di demoni mentali.

Io sono molto triste,

dagli alluci ai capelli,

nelle anse intestinali,

negli atri e nelle arterie,

in vene e capillari,

nelle orecchiette e reni,

nei bronchi e nei polmoni,

nelle mie proteine,

nei miei tessuti tutti,

nel vortice incessante

del trend molecolare,

nel codice genetico

che rischia di sbagliare.

Io sono un animale

che fiuta un grande male

però non trova tane,

né strade per scappare,

essendo il suo nemico

del tutto senza odore,

più piccolo di un seme,

del polline di un tiglio

più zitto della morte,

che tanto è il suo compare.

 

Filastrocca felina

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I gattini di Annalisa

sono nati a maggio a Pisa,

sono Rina, Ugo, e Piero,

battezzati al battistero,

di cognome fanno Mao,

con la zampa dicon ciao.

Nella torre residenti,

han le code un po’ pendenti.

Ti salutan con le fusa

e la storia qui è conclusa.

 

Per sorridere un po’…e fare un piccolo omaggio a Pisa, città molto cara al mio cuore.

 

Di queste nostre ore

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Volge il giorno alla sera

e l’inesorabile sera

volge alla notte.

Non chiediamoci lo scopo,

né che cosa resta,

di queste nostre ore.

Abbiamo fatto tutto

ciò che l’inestricabile nodo

del destino con il caso

ci ha concesso di fare,

e, finché è durato, è stato reale.

Questa dunque è la vita

che si scontra amara e dura

contro la cortina delle stelle

e il nostro vizio di sognare.

Oh, se sarà bello, più tardi

lasciarci ingannare e sognare

così benignamente stolti

da parerci tutto vero!

 

Ancora una volta, per illustrare la mia poesia, ho usato una fotografia di Paolo Scarpellini, scegliendola fra quelle che fermano istanti diversi del giorno sulla stessa passerella di legno che corre verso il mare. 

Secondo Giovanni

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Sferza col pelo verdastro

il suolo assai stanco

del nostro incerto millennio

ventre a terra galoppando

il cavallo impietoso

del quarto cavaliere,

cui fu dato il nome di Morte

e gli tiene dietro tutto l’inferno.

Siamo dentro l’apocalisse,

non so cosa vorremmo di meglio…

 

 

Labili confini

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Ma ti è scappato il gregge in cielo

stamattina presto presto,

mentre il tuo piccolo cane

abbaiava allegro al vento,

ebbro di sole e primavera?

La vita è un po’ bastarda

e complicata e la felicità,

io penso, una chimera

che appare a caso

quando vuole salvarci

dal morire. Ma nei momenti

rari come questo, in cui

respira il corpo con il cuore

e senti che sei tu il pastore

e che la libertà non ha confini,

non basta l’orizzonte a contenerla

né il numero finito delle ore.

Ringrazio Paolo Scarpellini per il prezioso contributo fotografico, che ha fatto volare la mia ispirazione.

 

 

 

 

Kundalini il ritorno

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Come un respiro grande

che tutta mi prende

dalla testa alla coda in vestigia

e alza il petto e la pancia e il torace

e Kundalini si dimena nella bella schiena…

(Questo avveniva un tempo,

ed ero assai serena,

quando tornavo a casa,

nella sera fredda e nera,

fendendo per strada l’inverno

con la mia prua sicura.

Sentivo il fuoco dentro

di gran stufa a legna

e le mie mani divennero pietose

e mi vibrava l’aria intorno

tanto da guarire i mali,

quello fu un buon tempo.)

…Così vorrei che diventasse

questa mia larva di misera vita.

Essere un’onda di marea immensa,

dell’ eterno universo

lambire la costa…

 

Il tramonto di Pasqua

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Restano così alla deriva

piccoli ricordi della festa

e una stanchezza un po’ lasciva

a mezza strada fra lussuria

e mal di testa.

C’è un mezzo uovo

con il ventre devastato

e la sorpresa che è un non senso

che non avresti mai comprato,

c’è una colomba che non vola più,

che non parla né di pace né Gesù

e c’è quest’ora incontinente della sera

che piange ubriachezza

e una tristezza vera.

 

Epitafio di Marzo 2021 (Acrostico)

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Mattino

Agrumato…

Rugiadose

Zagare

Onnivora

Odoro

 

Un elisir  di aranceto lo sentii il primo giorno, quando scrissi due righe che parevano belle, ora tutto è svanito, come ceneri estreme, le speranze defunte, tutto peggio di prima, questo mese si è spento, piange un velo da sposa.